Rassegna 4-10 febbraio 2019

STATI UNITI

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha temporaneamente bloccato una legge della Louisiana che sarebbe entrata in vigore venerdì 8 febbraio e avrebbe reso più complicate le procedure di aborto per chi lo avesse richiesto. La legge, simile a una approvata alcuni anni fa in Texas e già bloccata dalla Corte Suprema, riguarda i cosiddetti “admitting privileges”, la possibilità dei dottori di dare priorità a certe persone nell’ospedale più vicino. Oltre che per chi vive in Louisiana, si tratta di un’importante decisione perché era un test per la Corte Suprema, che è ora composta per la maggior parte da giudici di orientamento conservatore.

BRASILE

“Sangue indigeno, non una goccia di più”. Con questo slogan centinaia di indigeni di diverse etnie hanno manifestato in varie città per la difesa dei diritti delle popolazioni autoctone. I nativi brasiliani chiedono che il nuovo governo del presidente Jair Bolsonaro rispetti i loro diritti e la loro cultura, come prevede la costituzione. Inoltre, hanno protestato contro la scelta del presidente di affidare la demarcazione delle terre indigene al ministero dell’agricoltura influenzato dalle lobby dei latifondisti.

NEPAL

Il 4 febbraio Parwati Bogati, una ragazza di 21 anni, è morta soffocata nella capanna dov’era costretta a vivere nei giorni in cui aveva le mestruazioni. La ragazza aveva acceso un fuoco per scaldarsi. Meno di un mese fa, in un’altra provincia del paese, un’altra donna era morta in quel modo. L’usanza di allontanare le donne con le mestruazioni o che hanno appena partorito è legata all’induismo, vietata dalla legge nepalese, ma ancora molto praticata in diverse zone rurali.

IRAN

Amnesty International riporta delle notizie secondo le quali nella notte tra il 7 e l’8 febbraio le detenute della prigione femminile di Shahr e-Rey sono state picchiate, minacciate con armi da fuoco e colpite da gas lacrimogeni e getti di spray al peperoncino dalle guardie penitenziarie in assetto anti-sommossa. Il carcere si trova a Varanin, fuori dalla capitale Teheran. Ex allevamento di polli, è costantemente sovraffollato. Le condizioni igieniche sono drammatiche, l’acqua potabile manca e le cure mediche, il cibo e l’accesso alla ventilazione naturale sono insufficienti.

AFGHANISTAN

Due giornalisti sono stati uccisi la mattina del 6 febbraio da uomini armati che sono entrati negli studi di un’emittente radio nella provincia di Takhar e hanno aperto il fuoco. Si è trattato del secondo attacco contro gli operatori dell’informazione afgani del 2019: a gennaio era stato ucciso dai talebani il giornalista Javid Noori. Nel 2018, l’anno peggiore da questo punto di vista, i giornalisti uccisi erano stati 15.

ALGERIA

È stato condannato dal tribunale di Mascara a sei mesi di carcere e a una multa per “offesa alle pubbliche istituzioni”. Protagonista è Hadj Ghermoul, attivista della Lega algerina per i diritti umani e del Comitato nazionale per la difesa dei diritti dei disoccupati, che il 7 febbraio ha pubblicato su Facebook una foto in cui regge un cartello con la scritta “No al quinto mandato”, facendo riferimento all’intenzione della coalizione di partiti al governo di ricandidare, nonostante le precarie condizioni di salute, l’ottantunenne presidente Abdelaziz Bouteflika.

SRI LANKA

Il presidente dello Sri Lanka annuncia la ripresa delle impiccagioni entro due mesi per i crimini legati alla droga. Le esecuzioni capitali sono bloccate dal 1976, quando è entrata in vigore la moratoria sulla pena di morte. In sospeso ci sono 1.300 detenuti, di cui 48 condannati per droga. Lo stesso presidente ha ammesso che questa idea è nata durante una visita nelle Filippine dove ha incontrato il presidente Rodrigo Duterte.

ZIMBABWE

Almeno 15 morti e almeno 373 feriti, quattro dei quali morsi dai cani in dotazione delle forze di sicurezza: così, secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, il governo dello Zimbabwe ha fronteggiato le manifestazioni iniziate il 14 gennaio per protestare contro l’aumento del 150 per cento del prezzo della benzina.

BAHREIN

Il calciatore del Bahrein Hakeem al Araibi, che si trovava in carcere in Thailandia dallo scorso novembre, è stato liberato. Al Araibi era stato arrestato a Bangok, dove era in vacanza, in seguito a una richiesta d’arresto internazionale emessa dall’Interpol su mandato del Bahrein. Prima di andare in Thailandia Al-Araibi era fuggito in Australia, dove aveva ricevuto diritto d’asilo, per evitare una condanna a dieci anni di carcere emessa in Bahrein nei suoi confronti per aver partecipato alle manifestazioni anti governative tra il 2011 e il 2014.