Rassegna 17-23 dicembre 2018

MAROCCO

Quarantatré imputati tra cui leader delle proteste, giornalisti e semplici manifestanti condannati in primo grado in relazione alle proteste pacifiche del movimento Hirak El-Rif per la giustizia sociale, hanno affrontato lunedì la seconda udienza del processo d’appello. Le proteste del movimento sono iniziate nell’ottobre 2016 nella città di Al Hoceima e nelle zone circostanti, dopo che un pescivendolo ambulante era morto all’interno di un camion dell’immondizia nel tentativo di recuperare il pesce che gli era stato sequestrato dalle autorità locali.

EL SALVADOR

Imelda Cortez, una ragazza di El Salvador di 20 anni che era rimasta incinta dopo essere stata violentata dal patrigno e che rischiava vent’anni di prigione perché accusata di aver cercato di abortire, è stata liberata dopo 18 mesi di prigione. Lunedì 17 dicembre, durante il processo, i pubblici ministeri hanno ridotto l’accusa da tentato omicidio a abbandono e offesa di minore, reato meno grave che comporta in caso di condanna una pena fino a 12 mesi di prigione. Cortez aveva accettato un “processo abbreviato” per quel crimine in cambio della riduzione della pena, ma alla fine è stata giudicata innocente.

NICARAGUA

Il regime di Daniel Ortega si scaglia contro i giornalisti del Nicaragua con una vera caccia all’uomo. Dopo le incursioni dei giorni scorsi nelle redazioni dei principali media indipendenti, domenica la polizia è intervenuta contro decine di colleghi che protestavano per i raid. Sono stati «aggrediti e presi a calci», denunciano i direttori e i cronisti di tre media vittime degli assalti e i dirigenti delle nove Ong anche queste finite nel mirino della nuova ondata repressiva.

CINA

Wenzu Quanzhang è la moglie dell’avvocato attivista dei diritti umani Wang. È stato imprigionato nel 2015 e la donna racconta di essersi rivolta alla Corte Suprema cinese per ben 31 volte per ottenere i documenti relativi ai capi d’imputazione del marito, ma che non l’hanno mai lasciata nemmeno entrare. La sua situazione è simile a quella di altre tre donne che hanno i mariti in carcere per gli stessi motivi. Tutte e quattro si sono rasate completamente la testa per strada a Pechino, per protesta contro il governo cinese.

STATI UNITI

Al confine USA-Messico i bambini migranti vengono identificati con numeri sul braccio. Sono scritti con i pennarelli della polizia i bambini che aspettano di attraversare il confine. Un video diffuso da un giornalista statunitense ha reso pubblica la pratica utilizzata dalla polizia.

CUBA

Il governo di Cuba ha annunciato che nella nuova Costituzione non verrà inserito un articolo che avrebbe dovuto prevedere la legalità del matrimonio tra persone dello stesso sesso dopo le proteste arrivate sia dalle chiese evangeliche che dai cittadini di Cuba. Si sarebbe dovuto definire il matrimonio come l’unione «tra due persone», invece che come l’unione tra «un uomo e una donna», espressione prevista nella Costituzione del 1976.  

THAILANDIA

Un influencer thailandese che aveva criticato l’abito indossato dalla concorrente del suo paese a Miss Universo rischia di finire in tribunale. Un politico e businessman locale, Kitjanut Chaiyosburana, ha presentato una denuncia alla polizia per offese alla famiglia reale perché il post contestato, su Facebook, denigrava l’abito blu della concorrente a Miss Universo, che era stato disegnato da una delle figlie di re Maha Vajiralongkorn.

EGITTO

Un tribunale del Cairo ha disposto la fine della detenzione preventiva di Amal Fathy. Era stata arrestata l’11 maggio per aver pubblicato su Facebook un video in cui raccontava la sua esperienza di vittima di molestie sessuali e criticava le autorità egiziane per la mancata protezione delle donne. Il 20 settembre è stata condannata a due anni di carcere e al pagamento di una multa. Amal Fathy è la moglie di Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e la libertà, l’organizzazione non governativa egiziana che ha da subito fornito consulenza legale alla famiglia di Giulio Regeni.

IRAN

Il 13 dicembre, le autorità iraniane hanno informato la famiglia dell’attivista Sayadi Nasiri, morto in seguito allo sciopero della fame condotto in protesta al suo ingiusto imprigionamento. Era stato condannato per “aver insultato il Leader Supremo e sacro credo e propaganda contro lo stato”. Ha iniziato uno sciopero della fame a settembre e in seguito ha chiesto di essere trasferito dal reparto che includeva prigionieri condannati per crimini violenti. Le autorità non hanno ancora condotto alcuna indagine trasparente sui cinque decessi in detenzione nel 2018, ma hanno sostenuto che tre casi erano suicidi.