Rassegna 1-6 gennaio 2019

ARABIA SAUDITA

Molte voci si sono alzate in protesta dell’organizzazione della finale della Supercoppa italiana di calcio che vedrà Juve e Milan incontrarsi il 16 gennaio a Gedda, in Arabia Saudita. Oltre alle risapute violazioni dei diritti umani da parte delle autorità dell’Arabia Saudita e il caso del giornalista Khashoggi, si discute oggi della divisione dello stadio a seconda dei generi: nel settore “singles” potranno accedere solo gli uomini mentre alle donne sarà riservato un settore chiamato “families”. Non è chiaro se le donne dovranno essere accompagnate da un parente stretto di sesso maschile.

ARABIA SAUDITA/2

Un SMS per mettere fine ai “divorzi segreti” in Arabia Saudita, quelli portati avanti dai mariti all’insaputa delle mogli. Da adesso in poi, le donne saudite riceveranno comunicazione di divorzio via SMS, mentre sinora le separazioni avvenivano senza che ne fossero informate. All’origine c’è una nuova direttiva voluta dal principe saudita Mohammed bin Salman che imporrà ai tribunali di informare le donne delle sentenze che confermano il divorzio, in modo da permettere loro di tutelare i propri diritti sugli alimenti ed evitare furti di identità.

BANGLADESH

Sette uomini nel Bangladesh meridionale, compreso il capo locale dell’Awami League, il partito vincitore delle ultime elezioni, sono in carcere con l’accusa di aver stuprato in gruppo una donna perché aveva votato per l’opposizione alle elezioni politiche della settimana scorsa. Secondo la ricostruzione del marito della vittima, gli uomini hanno fatto irruzione in casa loro nel cuore della notte, hanno legato lui e i loro quattro figli e poi hanno violentato la moglie.

CINA

Il movimento #MeToo trova voce anche in Cina. Ha 25 anni e di professione fa la sceneggiatrice Zhou Xiaoxuan, la ragazza di Pechino che ha dato vita al movimento #MeToo ed ora è considerata un’eroina del femminismo. La giovane ha raccontato le molestie subite nel 2014 durante uno stage nella tv di Stato con un post su Sina Weibo, un sito di microblogging cinese che è un misto tra Facebook e Twitter.

BRASILE

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha deciso di togliere alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai) una delle sue funzioni più importanti e significative: l’identificazione e demarcazione dei territori delle diverse popolazioni indigene del Paese. Ad assumere queste competenza sarà ora il ministero dell’Agricoltura, guidato da Teresa Cristina, leader del gruppo parlamentare ruralista che difende gli interessi dei grandi proprietari agricoli, frequentemente in conflitto con gli indigeni per lo sfruttamento dei loro territori.

BAHRAIN

La Corte di cassazione del Bahrein ha confermato la condanna a cinque anni di carcere inflitta al noto difensore dei diritti umani Nabil Rajab.  Rajab, fondatore e poi presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein e del Centro per i diritti umani del Golfo, è entrato nel mirino delle autorità sin dal 2011 a causa delle sue denunce sulle violazioni dei diritti umani. Arrestato il 13 giugno 2016, ha ricevuto due condanne per aver rilasciato interviste sulla situazione dei diritti umani e per aver twittato contro la guerra in Yemen.

EGITTO

Il governo dell’Egitto ha chiesto all’emittente statunitense CBS di non trasmettere un’intervista rilasciata dal presidente Abdel Fattah el-Sisi. Secondo quanto riferito dalla CBS, le affermazioni del presidente mettono in difficoltà il governo. “Il team del programma è stato contattato dall’ambasciatore egiziano, che ha detto che l’intervista non poteva essere trasmessa”, ha comunicato il network, che ha fatto sapere che la puntata andrà comunque in onda. Nell’intervista, al Sisi ha negato che ci siano detenuti politici in Egitto e ha anche ammesso che il suo governo collabora attivamente con Israele.

EMIRATI ARABI UNITI

La Corte di cassazione degli Emirati Arabi Uniti ha confermato la condanna a dieci anni di carcere inflitta all’attivista per i diritti umani Ahmed Mansoor. Ahmed Mansoor è stato condannato per aver pubblicato post sui social media contenenti, secondo i giudici, “informazioni false, dicerie e menzogne” che avrebbero messo in pericolo “l’armonia sociale e l’unità” del paese. Il processo si è svolto a porte chiuse.

MEDITERRANEO

Nonostante le discussioni degli ultimi giorni, che ultimamente hanno coinvolto anche alcuni membri del governo italiano, le due navi gestite dalle ong Sea Watch e Sea Eye rimangono nel mar Mediterraneo in attesa di sapere dove sbarcare le 49 persone che hanno salvato in mare e che hanno a bordo. Sea Watch 3, con a bordo 32 persone tra cui 3 minori non accompagnati, 2 bambini piccoli e un neonato, si trova in mare da quindici giorni; Sea Eye, con a bordo 17 persone, si trova in mare da una settimana.