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Quei profughi siriani accolti in Turchia e trattati da schiavi

Dopo sei anni di guerra, il bilancio per la popolazione siriana è drammatico: dei 22 milioni di abitanti, la metà ha dovuto abbandonare le proprie case.

Secondo un’analisi dell’UNHCR, l’Agenzia ONU dei rifugiati, oltre sei milioni di rifugiati si trovano ancora all’interno del Paese; un milione e duecentomila persone hanno raggiunto l’Europa, dove una parte consistente (quasi 300 000 persone) ha fatto domanda d’asilo in Germania.

Si parla poco, però, di un’altra categoria di profughi siriani: quelli che sono stati accolti nei Paesi limitrofi.

In questa lunga e cruenta guerra, Ankara ha accolto quasi tre milioni di siriani e il numero è destinato ad aumentare.

La recente riconquista di Aleppo, ottenuta a prezzo di devastanti bombardamenti, ha spinto quasi 50 000 abitanti della città a rifugiarsi in Turchia.

Inizialmente la risposta turca alle migrazioni di massa partiva dal presupposto che il conflitto si sarebbe risolto rapidamente consentendo ai siriani di tornare alle proprie case.

Questa prima fase di semplice “gestione dell’emergenza” è stata accantonata a seguito degli accordi con l’UE. Ora la Turchia punisce pesantemente i trafficanti di esseri umani, che per anni hanno organizzato il passaggio dei rifugiati in Europa.

Per i profughi non ci sono particolari agevolazioni: per sopravvivere in Turchia occorre trovare lavoro, ma non è facile regolarizzarsi.

Così, quasi tutti i siriani (compresa la maggior parte dei minorenni ancora in età scolare) trovano un impiego pagato in nero oppure entrano nel settore agricolo, dove non è necessario ottenere un permesso di lavoro regolare.

Senza tutele e costretta ad accettare qualsiasi condizione pur di sopravvivere, la forza lavoro siriana viene pagata la metà di quella turca.

In Giordania ufficialmente sono stati accolti 650 000 profughi, ma secondo il governo il numero reale sarebbe di un milione e trecentomila persone.

Migliaia di persone vivono nei campi di Zaatari e Azraq, altri hanno trovato un alloggio meno precario. Anche qui, come in Turchia, il problema resta l’accesso al lavoro: per questo nei campi profughi si è creato un meccanismo chiamato “Cash for work”.

UNHCR e ONG partner pagano i rifugiati che svolgono lavori all’interno del campo, privilegiando quelli in situazioni di particolare vulnerabilità familiare (famiglie con membri anziani, malati o disabili).

In Libano il governo ha rifiutato la creazione di veri e propri campi profughi: qui esistono ancora 12 campi riservati ai palestinesi, creati più di 50 anni fa. Ai siriani non resta che trovarsi sistemazioni di fortuna.

Per molti di questi siriani, l’Europa è solo un miraggio: troppo distante e troppo costosa da raggiungere. L’unica speranza è quella di ritrovare la strada verso casa.

Un sogno ancora lontano, perché questa lunga e crudele guerra sembra tutt’altro che prossima alla fine.

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