Profughi ed esuli dai quattro angoli del Pianeta

Trasformare i profughi e i rifugiati in una risorsa politica: è questa la provocazione lanciata da Alexander Betts, direttore del Refugees Studies Centre alla prestigiosa Università di Oxford.

Si è già parlato, in passato, del versante economico e demografico: secondo i dati raccolti l’età media dei migranti è circa la metà rispetto a quella dei cittadini europei.

E, a differenza di quanto comunemente si creda, molti immigrati possiedono capacità e competenze che possono renderli preziosi anche sul mercato lavorativo.

Quando ha deciso di accogliere i profughi siriani, la Germania lo ha fatto non solo per motivi umanitari: la maggior parte di queste persone in fuga poteva contare su un’istruzione liceale se non universitaria.

Per Berlino, come per altri Paesi europei, abbassare l’età media della popolazione e acquisire lavoratori qualificati è un obiettivo importante per la sostenibilità del welfare. Dietro al beau geste tedesco, insomma, c’era un pensiero non banale sulla necessità di dare nuova linfa a un continente che rischia di affondare sotto il peso della vecchiaia dei suoi abitanti.

Ma Betts fa un passo in avanti e sostiene che i profughi possono diventare, addirittura, una risorsa politica.

A prima vista sembrerebbe un paradosso, ma soffermiamoci sui Paesi di provenienza: Siria, Eritrea, Iran sono Paesi dove esercitare una ferma opposizione al regime è di fatto impossibile, a meno di non voler mettere a repentaglio la propria vita.

In Europa si trovano profughi ed esuli dai quattro angoli del Pianeta.

Perché non utilizzarli come strumento per generare transizioni politiche che, allo stato attuale delle cose, non possono verificarsi in patria?

L’Europa può essere il luogo giusto dove sostenere movimenti di opposizione democratica, di natura non violenta. Certo, si tratta di creare le giuste condizioni e attendere pazientemente gli esiti.

Ma la soluzione più veloce ha già dimostrato di avere parecchie controindicazioni.

Infatti l’intervento diretto nei teatri di conflitto comporta la relazione con gruppi violenti, che – la storia lo insegna – possono essere gli alleati di oggi ma spesso sono pronti a trasformarsi nei peggiori nemici di domani.

Alcuni esperimenti di “coltura dell’opposizione” all’estero sono già stati tentati in passato: per esempio, gruppi di oppositori del regime di Mugabe, in Zimbabwe, sono stati per un certo periodo aiutati da Gran Bretagna e Stati Uniti.

In questo caso, l’operazione si è prematuramente conclusa a causa della difficoltà di individuare quali organizzazioni fossero effettivamente in grado di rappresentare un’alternativa al sanguinario regime africano.

Ma oggi, con questa esperienza alle spalle, e con un milione di rifugiati siriani all’interno dei confini europei, una domanda sorge spontanea: e se la soluzione di lungo periodo all’instabilità di Damasco si trovasse davvero a portata di mano?

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