Se
escludiamo l'indirizzo della Banca Centrale Europea
in tema di riduzione dei tassi di interesse, i piani
anti-crisi sono all'appannaggio dei singoli Stati i
quali li hanno affrontati guardando da un lato la loro
situazione di debito e dall'altro la loro effettiva
condizione economica. Purtroppo l’esigenza di
un minimo di raccordo comunitario nella gestione dei
debiti pubblici, fortemente differenziati dei Paesi
dell’Unione, è del tutto ignorata.
Ne sono risultate misure fra loro diverse, con alcuni
Paesi che hanno messo in atto progetti espansivi ed
altri più restrittivi.
Da qui le difficoltà oggettive dell'Unione Europea
di avere un quadro di riferimento unitario.
A ciò bisogna aggiungere che la mancata decisione
di fornire un aiuto alla disperata situazione dei paesi
Baltici e dell'Europa dell'est sta producendo da un
versante politiche protezionistiche di ritorno e, dall'altro,
sta incentivando politiche di dumping sociale.
E' chiaro che così non può andare e che
occorre correre presto ai ripari. L'Unione Europea deve
agire con più coraggio. E' necessaria una nuova
consapevolezza, soprattutto da parte delle forze democratiche
e europeiste del continente. E' necessario che si impegnino
in una battaglia culturale e politica a sostegno dell'Europa
proprio sul fronte del deficit di democrazia e di decisione
dell'Unione Europea, nella consapevolezza del rischio
gravissimo che si corre di fallimento del mercato unico
e della stessa Unione monetaria.
La campagna elettorale per il Parlamento Europeo dovrà
essere l'occasione per una mobilitazione europeistica
che punti a traguardi più avanzati, a partire
dall'accettazione del Trattato di Lisbona. Se vogliamo
che l'Europa conti davvero di più attraverso
le proprie politiche è assolutamente necessario
che le funzioni e il ruolo del Parlamento europeo ne
escano rafforzati. Questa esigenza è ormai diffusa
e sentita nei diversi Paesi.
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