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Mettiamo fine ai matrimoni precoci difendendo i diritti e la salute di donne e ragazze

Violenze sessuali, abbandono del percorso scolastico, impossibilità di raggiungere la parità di genere, complicazioni durante la gravidanza o infezioni da HIV. Questi sono solo alcuni dei fenomeni riscontrati tra le possibili conseguenze dei matrimoni infantili, precoci e forzati.

Sono molti i casi registrati quotidianamente nel mondo e purtroppo sono ancora di più quelli che realmente accadono. Bambine e giovani ragazze vengono date in sposa a uomini molto più grandi, infrangendo le norme del diritto internazionale in materia di diritti umani e mettendo a rischio la salute e il futuro delle minori.

 

Di questo si è parlato nella sessione Plenaria di Strasburgo di inizio ottobre. Attraverso una proposta di risoluzione presentata dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, il Parlamento europeo è giunto all’approvazione del testo con l’intenzione di riaffermare l’impegno dell’Unione europea nella difesa dei diritti dei minori nel quadro della sua politica estera.

 

Abbiamo chiesto agli Stati membri e alla Commissione europea di mettere in cima all’ordine del giorno delle priorità la questione dei matrimoni precoci. Serve che gli Stati incrementino l’accesso ai servizi sanitari, anche nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti, che applichino norme giuridiche unificate per far fronte alla questione, che dispongano di misure speciali di riabilitazione e assistenza per le spose bambine attraverso stanziamenti di bilancio destinati a programmi di prevenzione, formativi, sociali ed economici per le ragazze che non frequentano la scuola, sistemi di protezione per i minori, centri di accoglienza per donne e ragazze, consulenza legale e supporto psicologico.

 

Poi guardiamo un po’ più in là, oltre oceano, e condanniamo la reintroduzione e l’espansione della norma “Global gag”, conosciuta anche come “Mexico City Policy”. Tale direttiva impedisce agli Stati Uniti di destinare sostegni economici alle organizzazioni sparse per il mondo che offrono servizi relativi alla salute sessuale e riproduttiva, nel caso in cui queste pratichino aborti, anche se nel Paese in questione la pratica è legale e anche se è la stessa donna a richiederlo. Il “Global gag” fu introdotto per la prima volta nel 1984 da Regan, poi abolito da Clinton, reintrodotto da George W. Bush nel 2001, successivamente cancellato da Barack Obama nel 2009 e infine nuovamente posto in essere da Donald Trump nel 2017. Trovo assurdo che si sia tornati indietro di 33 anni, reintroducendo una norma che limita la libertà delle donne di esercitare il controllo del proprio corpo. La decisione dell’attuale Presidente statunitense ha un forte impatto sull’assistenza sanitaria e sui diritti globali delle donne e delle ragazze, in particolare nelle aree del mondo in cui la disparità di genere è un fenomeno ancora più sentito.

Se gli Stati Uniti si dimostrano ciechi di fronte a questo scenario, invitiamo l’Unione europea a e gli Stati membri a colmare il divario finanziario che si è creato nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva, ricordando sempre che i diritti di queste donne, spesso bambine, devono essere la nostra priorità.

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