L’Unione Europea deve difendere i diritti umani in Arabia Saudita – e chiedere giustizia per Jamal Khashoggi

12 Marzo 2019

WASHINGTON POST

“Se la verità su ciò che è accaduto a Jamal resterà nell’ombra, sarà una macchia terribile per i diritti umani”.

È stato questo il monito avanzato da Hatice Cengiz, la fidanzata di Jamal Khashoggi, intervenendo questa settimana all’incontro della Commissione dei Diritti umani del Parlamento europeo che presiedo. Fu proprio lei a lanciare l’allarme lo scorso 2 ottobre, dopo aver aspettato per ore il suo fidanzato fuori dal consolato saudita di Istanbul, mentre tra quelle mura avveniva l’atroce e inaudito crimine. Ma come lei stessa ci ha confidato, la sua presenza al Parlamento europeo non era solo per vestire i panni della fidanzata del giornalista, ma soprattutto per ricordare l’importanza del rispetto dei diritti umani in tutto il mondo. E l’efferato omicidio di cui è stato vittima Jamal Khashoggi non fa che confermare, ancora una volta, come in Arabia Saudita questi diritti vengano brutalmente calpestati.

Di fronte alla voce spezzata e allo stesso tempo determinata di Hatice Cengiz, appaiono inutili le mosse del principe ereditario Mohamed Bin Salman che da mesi è impegnato in un tour delle capitali mondiali per sponsorizzare la presunta trasformazione del paese in una società aperta e tollerante. Vuole mostrare l’Arabia Saudita come locomotiva del progresso della regione mediorientale, ma è innegabile che i diritti umani e civili stiano percorrendo binari che conducono a tutt’altra direzione.

Il regime, infatti, nonostante piccole concessioni, ha continuato a comportarsi in modo autoritario e repressivo. Basti pensare alla decisione dello scorso giugno di abolire il divieto di guida alle donne, atto che fu seguito, solo un paio di settimane più tardi, dall’arresto di attiviste che per anni si erano battute per ottenere questo diritto. Ovviamente la possibilità di mettersi al volante non ha cambiato la situazione con cui ogni giorno le donne saudite fanno i conti: persiste il sistema di tutoraggio che impedisce loro di svolgere autonomamente le azioni più semplici, come aprire un conto bancario o intraprendere un viaggio. Tutto deve essere fatto con l’esplicito permesso di un parente uomo. Inoltre, la violenza di genere non è un crimine riconosciuto. Già a maggio, a questo proposito, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione d’urgenza con la quale incoraggiava l’Arabia Saudita a rilasciare gli attivisti per i diritti umani e i diritti delle donne ingiustamente incarcerati, ad adottare una normativa che regolasse la violenza di genere e a mettere fine al sistema di tutoraggio.

Il quadro, quindi, appare in forte contraddizione con il paese tratteggiato dalle promesse del sovrano nelle sue visite a capi di stato e di governo con i quali vorrebbe stringere affari. Ancora una volta sono gli affari la chiave: il principe ereditario, infatti, desidera attuare il suo progetto Vision 2030 che permetterebbe di ridurre la dipendenza dell’Arabia Saudita dagli introiti del petrolio. Per lui risulta essenziale stringere rapporti con potenze internazionali, ma per fortuna tra queste c’è ancora chi si fa qualche scrupolo nel commerciare con un dittatore. Da qui spiegate le rare concessioni di Bin Salman, dal permesso di guida alle donne alla riapertura dei cinema, novità che gli hanno assicurato visibilità sulla stampa internazionale, ma che gli hanno lasciato una mano libera per incarcerare attivisti o uccidere giornalisti critici.

Purtroppo, in numerosi casi, a dimenticarsi di farsi scrupoli sono anche gli Stati membri dell’Unione europea, tra i quali anche il mio, l’Italia. Diversi paesi europei, infatti, non solo intrattengono rapporti commerciali con l’Arabia Saudita, ma lo fanno alimentando il commercio delle armi che dall’Europa, arrivano nella penisola araba e spesso infieriscono sulla terribile guerra che sta polverizzando lo Yemen. Come ci ha riportato un’attivista locale in un’audizione della Commissione per i Diritti umani al Parlamento europeo, molti yemeniti pur non essendo mai stati in Europa, ne conoscono i paesi per via dei resti delle armi che rimangono sulla loro terra, a fianco delle macerie delle loro case.

Il Parlamento europeo ha più volte sollevato il problema, sia con una interrogazione all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione nel gennaio 2018, sia nella più recente risoluzione approvata questo mese nella quale il Parlamento europeo ribadisce il suo invito al Consiglio a imporre, a livello UE, un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita.

L’Unione europea non starà ferma. Non si può relegare la situazione dell’Arabia Saudita all’ennesimo spiacevole problema che accade lontano, da qualche parte nel mondo. Chiediamo di inviare in Arabia Saudita una delegazione della Commissione per i diritti dell’uomo e della Commissione per i diritti della donna del Parlamento europeo per visitare le donne detenute e tenere le riunioni del caso con le autorità saudite.

Come ci ha ricordato Hatice Cengiz, ogni giornalista che viene molestato, ogni donna che viene privata delle libertà e ogni attivista incarcerato rappresentano violazioni dei diritti di tutti. Per questo, nei panni di presidente della Commissione dei diritti umani, ma soprattutto nei panni di cittadino europeo, continuerò a lottare affinché che emerga la verità su ciò che è accaduto a Jamal Khashoggi perché le ricostruzioni presentate finora non ci bastano e perché la leadership saudita non può cavarsela con così poco.