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L’UE si oppone fermamente alla Pena di morte

Autore: Ionel Zamfir

Il 10 ottobre 2017, il mondo celebra il 15esimo anniversario della Giornata internazionale contro la pena di morte, una buona opportunità per evidenziare ciò che l’Unione europea fa, nel ruolo di attore in prima linea e portabandiera di questa causa, per opporsi alla pena di morte, ma anche per avere una visione chiara riguardo la situazione della pena di morte nel mondo. L’Unione europea assume una posizione inequivocabile di tolleranza zero contro la pena capitale.

Il focus di quest’anno sulla povertà

Il focus della Giornata internazionale contro la pena di morte di quest’anno è sulla povertà. Esiste un forte collegamento tra la povertà e le pene capitali. Secondo la World Coalitionagainst the Death Penality, le persone che vivono in povertà sono esposte a un rischio maggiore di essere condannate alla morte e giustiziate. Un basso status sociale ed economico può influenzare il libero accesso alla giustizia, in quanto questo richiede risorse finanziarie per pagare l’assistenza giuridica. Per le persone povere, così come i lavoratori stranieri (i quali tendono a diventare poveri, ad esempio in Arabia Saudita), è più probabile essere discriminati nel corso di procedimenti giudiziari. Secondo l’aggiornamento annuale del Segretariato generale delle Nazioni Uniteriguardante il rapporto quinquennale sulla pena di morte, la disponibilità e la qualità della rappresentazione legale è un fattore chiave nel determinare se l’imputato sarà condannato a una pena capitale. Ciò funziona in modo contrario alle previsioni dell’International Covenant on Civil and PoliticalRights (ICCPR), in particolare riguardo al diritto di un giusto processo (articolo 14) e al diritto di non discriminazione (articoli 2(1) e 26).

Pena di morte nel mondo

Secondo la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite sui Diritti umani, ognuno ha il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona. Fin qui, non c’è nessuna proibizione contro la pena capitale da parte del diritto internazionale. A livello globale, solo gli Stati che hanno ratificato il Secondo Protocollo Opzionale dell’ICCPR hanno l’obbligo di perseguire la sua abolizione. Ad oggi, 85 Stati hanno ratificato questo protocollo. L’ICCPR non vieta completamente la pena di morte, ma pone strette condizioni in presenza delle quali la pena può essere applicata, cioè solo per i crimini più seri, in accordo con la legge. L’applicazione della pena di morte deve anche tenere in conto ciò che prevede l’accordo, in particolare il diritto ad avere un equo processo. La maggior parte, 169 Paesi, ha ratificato questa Convenzione, mentre altri sei l’hanno firmata. Molti Paesi del Golfo (Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti), alcuni Paesi del sud-est asiatico (Bhutan, Brunei, Malesia, Myanmar) e altri Stati del Pacifico non si sono mossi in questo senso e pertanto non sono vincolati al rispetto del patto. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino (ratificata dai membri ONU ad eccezione degli Stati Uniti) proibisce l’applicazione della pena di morte sui bambini.

Il numero di Stati abolizionisti è maggiore di quello degli Stati che sono parte del Secondo Protocollo Opzionale. Più di due terzi (141) dei Paesi nel mondo sono abolizionisti per legge o nella pratica e 104 di questi hanno abolito la pena di morte attraverso una legislazione e questo è il trend condiviso da molti Paesi. Più recentemente, rispettivamente il 20 e il 21 settembre 2017, il Gambia ha firmato e il Madagascar ha ratificato il Secondo Protocollo Opzionale sull’abolizione della pena di morte.

La diminuzione del supporto nei confronti della pena di morte è anche legata alla crescente consapevolezza della sua avversione morale e della sua inutilità. La pena di morte infrange la dignità umana e il diritto alla vita. L’esecuzione stessa, così come le lunghe procedure che la precedono e che portano a conseguenze psicologiche considerevoli per il condannato, possono comprendere trattamenti degradanti e torture. Ci sono prove sufficienti per affermare che la pena di morte è estremamente costosa in Stati che prendono seriamente gli standard giuridici (come gli Stati Uniti) e data la lentezza e la complessità degli appelli, è chiaro che l’esecuzione non è più economica per i budget pubblici rispetto alle sentenze a vita. Dall’altro lato, non c’è assolutamente alcuna chiara prova che la pena di morte costituisca un effetto deterrente su crimini come gli omicidi. Inoltre, la procedura è definitiva e non può essere modificata in caso di errore da parte della giustizia, in cui una persona giustiziata risulta poi essere innocente.

Nonostante le prove, le esecuzioni continuano in alcuni paesi. Secondo Amnesty International, almeno 1032 persone sono state giustiziate in 23 paesi nel 2016. Questo numero non include le migliaia di esecuzioni che sono state compiute in Cina, un Paese in cui le statistiche sulla pena di morte sono tenute segrete. I Paesi che hanno applicato maggiormente la pena capitale nel 2016, in ordine decrescente, sono: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

Politica dell’Unione Europea sulla Pena di morte

L’Unione europea è tra i maggiori oppositori alla pena di morte nel mondo. Nel 1998 le linee guida dell’UE sulla pena capitale sono state le prime nel loro genere ad essere adottate e furono poi riviste nel 2013. Queste includono una lista di standard minimi da rispettare quando si ricorre alla pena di morte. Il quadro strategico dell’Unione europea sui diritti umani e democrazia pone come priorità la lotta contro la pena di morte e la continua azione dell’Unione europea sui diritti umani e sulla democrazia definisce speciali misure sull’UE.

L’Unione europea è stata molto attiva su più fronti, prendendo parte ad alleanze per proporre diverse risoluzioni alla Assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui ha chiestouna moratoria sull’uso della pena di morte. L’UE diffonde dichiarazioni, organizza campagne e interviene per conto di coloro che sono condannati a morte, in particolare quando gli standard minimi non sono rispettati. L’UE propone la problematica anche nei suoi dialoghi sui diritti umani con i suoi Stati membri ed è anche il portabandiera delle organizzazioni della società civile che si battono per l’abolizione, attraverso i suoi strumenti per la Democrazia e i Diritti umani (EIDHR). L’UE ripudia anche l’esportazione si sostanze che possono essere utilizzate per mettere in atto le esecuzioni e nel settembre 2017 ha promosso un’alleanza, sotto il quadro delle Nazioni Unite, con gli Stati che supportano un divieto di commercio di queste sostanze.

La posizione del Parlamento europeo

Il Parlamento europeo sostiene completamente la posizione dell’Unione sulla materia e ha più volte chiesto all’UE di rafforzare la propria azione nel campo. Nella sua Risoluzione di dicembre 2016. Nell’annuale report sui diritti umani e la democrazia nel mondo, il Parlamento europeo ha sottolineato l’importanza per l’Unione europea di continuare a battersi contro la pena di morte, di cercare nuove vie per fare campagne di informazione e di offrire azioni di sostegno attraverso l’EIDHR per continuare a prevenire sentenze di morte ed esecuzioni. Il Parlamento ha anche invitato le delegazioni UE a continuare le campagne per risvegliare la consapevolezza sul tema. Nella raccomandazione al Consiglio del luglio 2017,presentataalla 72esima Sessione della Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di rinnovare la posizione tolleranza zero dell’UE sul tema della pena di morte, di mantenere forte l’impegno nel promuovere una fine alla pena di morte nel mondo intero, di richiedere una moratoria sull’uso della pena capitale e di ampliare il lavoro mirando ad una abolizione universale. Ogni anno, nelle sue risoluzioni urgenti sulla situazione dei diritti umani nei Paesi che ancora dispongono della pena di morte, il Parlamento porta frequentemente la questione allo scoperto.

Oggi, come in ogni Giornata internazionale contro la pena di morte, l’Unione europea condividerà una dichiarazione con il Consiglio di Europa, un altro forte sostenitore della sua abolizione.

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