Home » Notizie in primo piano » L’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto che si aspettavano i tanti cittadini di Piazza Tahir

L’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto che si aspettavano i tanti cittadini di Piazza Tahir

L’Egitto di Al Sisi non è, probabilmente, l’Egitto che si aspettavano i tanti cittadini che avevano animato pieni di speranza Piazza Tahir.

La scarcerazione di Hosni Mubarak rappresenta un simbolico sigillo per l’epoca di grandi aspettative e richieste di libertà che pare essersi ormai chiusa definitivamente per il popolo egiziano.

L’ormai anziano ex leader, che aveva governato l’Egitto col pugno di ferro per 30 anni, è stato prosciolto dalle accuse di aver contribuito all’assassinio di 239 manifestanti durante le rivolte del 2011. Il 13 marzo ne è stata ordinata la scarcerazione.

Tornato in libertà, godrà anche di una pensione di tutto rispetto, pari allo stipendio del Presidente Al Sisi.

Come si può immaginare, è stato grande lo sconcerto dei familiari delle vittime, che si aspettavano giustizia per la perdita dei propri cari. Secondo alcuni degli avvocati che hanno seguito il processo, saremmo di fronte a una sentenza politica, che ben si colloca nel processo di “restaurazione” attuato dal regime di Al Sisi.

Nel frattempo il capo di Stato egiziano, dopo aver incontrato numerosi leader europei, incassa le parole di sostegno di Donald Trump, che lo ha invitato negli USA.

L’Egitto è sempre stato un alleato importante per gli Stati Uniti: per quarant’anni, dopo aver firmato l’accordo di pace con Israele, Il Cairo è stato il secondo beneficiario assoluto degli aiuti economici statunitensi e ha ricevuto consistente supporto logistico e militare.

Ma durante la Presidenza Obama i legami si sono allentati: Washington aveva sospeso parte degli aiuti chiedendo all’Egitto un maggiore rispetto dei diritti umani, ampiamente violati sotto Al Sisi.

Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, denuncia infatti che il livello di repressione dell’attuale regime ha superato i livelli precedenti alle sollevazioni popolari del 2011.

Al Sisi non si è limitato a deporre Morsi e colpire duramente l’organizzazione dei Fratelli Musulmani: le sparizioni forzate, le torture e la repressione hanno colpito tutti gli oppositori del regime.

E, sempre secondo le ONG, se non si interviene rapidamente si rischia la sparizione di ciò che resta della società civile egiziana.

Nonostante queste evidenze, come si diceva, Al Sisi viene ricevuto con tutti gli onori dai leader di Paesi democratici, dai quali viene considerato un utile baluardo contro il propagarsi del fondamentalismo islamico. La Francia, dopo un periodo di tensione, ha messo in sordina le critiche in corrispondenza di una nuova grande commessa di armi francesi da parte del regime.

Al Sisi è stato accolto a braccia aperte anche dall’Italia: Matteo Renzi è stato il primo leader occidentale a incontrare il capo di Stato egiziano.

Eppure il caso Regeni avrebbe dovuto metterci in guardia rispetto a ciò che si cela dietro la rispettabile, laica maschera di Al Sisi: un nuovo Faraone, che può tranquillamente permettersi di mostrare clemenza al suo predecessore Hosni Mubarak.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*