INTERVISTA – La situazione dei Rohingya

OUR WORLD – 15 gennaio 2019

A settembre, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, nel corso di un discorso tenuto a Ginevra, ha definito “sconvolgenti” i risultati della missione di inchiesta internazionale sul Myanmar. Le Nazioni Unite hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”, “crimini contro l’umanità” e “genocidio”, ma l’esercito birmano nega qualsiasi illecito.

Migliaia di persone sono state uccise, decine di migliaia stuprate, i loro villaggi sono stati dati alle fiamme e oggi 700mila Rohingya vivono nei campi profughi oltre il confine con il Bangladesh. Questo è stato il destino riservato al milione di persone appartenenti alla minoranza musulmana che fino all’anno scorso viveva nello stato del Rakhine, in Birmania. Poi l’accusa da parte dell’esercito birmano di essere immigrati irregolari e da lì la loro vita si è trasformata in un incubo. Il pretesto è stato quello di rispondere ad alcuni attacchi compiuti dagli insorti che rivendicano la liberazione dei Rohingya dall’oppressione del governo del Myanmar, ma la violenza riversata da parte dell’esercito birmano contro la popolazione è stata a dir poco sproporzionata.

I profughi Rohingya si sono quindi trovati costretti a stiparsi in campi profughi sul territorio del Bangladesh, costruiti su colline argillose. Carenza di acqua e cibo oltre che mancanza dei minimi standard igienici hanno caratterizzato una situazione che si trascina da più di un anno e che sembra ancora lontana da una soluzione.

Nel febbraio di quest’anno, nelle vesti di presidente della Sottocommissione per i Diritti umani, ho fatto parte di una delegazione del Parlamento europeo che si è recata in visita in quelle zone. Siamo partiti con un bagaglio di preoccupazioni, un bagaglio che al ritorno è risultato appesantito da quello che abbiamo visto e abbiamo ascoltato.

Mi sono recato a Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove ho visitato i campi che ospitano i Rohingya e ho incontrato le organizzazioni che forniscono loro servizi. Lì, ho potuto prendere coscienza delle reali dimensioni della crisi: campi immensi, probabilmente i più grandi al mondo, che ospitano più di un milione di profughi. Al momento della visita della delegazione, il campo ospitava 65 donne incinte e 29mila minori non accompagnati. In quell’assurdo villaggio ho incontrato alcuni gruppi di nuovi arrivati che hanno raccontato episodi di violenze, stupri e altre terribili avversità da cui sono scappati.

Sono passati dieci mesi dalla visita della delegazione del Parlamento europeo, eppure purtroppo poco è cambiato. L’unica novità è l’attuazione dell’accordo tra Bangladesh e Myanmar per il rimpatrio dei profughi. Un accordo in cui le Nazioni unite e le ONG non hanno giocato alcun ruolo, un accordo che servirebbe teoricamente a riportare equilibrio nella regione, se non fosse che i Rohingya non hanno più una casa in cui tornare e molti di loro non hanno più nemmeno alcun caro da riabbracciare. La maggior parte dei profughi è infatti terrorizzata da un possibile rientro in quelle aree in cui sono stati torturati e violentati. Preferiscono le precarie condizioni di vita in mezzo alla terra argillosa piuttosto che rivivere il massacro di cui sono stati vittime. E così la situazione vive un momento di stallo in cui sembra che la violenza, prima utilizzata per cacciarli, sia ora utilizzata per riprenderseli.

Tutto ciò è accaduto sotto gli occhi inermi, che molti definirebbero colpevolmente assenti, del leader politico del paese Aug San Suu Kyi. Famosa in tutto il mondo per il suo attivismo per i diritti umani, nonché per il premio Nobel per la pace e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, Suu Kyi non ha saputo fronteggiare questa profonda crisi che ha segnato una spaccatura netta e probabilmente irricucibile nel suo operato. Molte voci, soprattutto negli scorsi mesi, si sono alzate all’interno del Parlamento europeo per chiedere il ritiro del premio Sakharov a Aung San Suu Kyi. Un atteggiamento comprensibile, tuttavia il premio non prevede una procedura di questo tipo. Si potrebbe pensare a un sistema di monitoraggio dei premiati, per accertarsi che la loro pratica quotidiana corrisponda alla figura a cui è stato conferito il riconoscimento: del resto l’azione del Parlamento non finisce mai con la consegna del premio, soprattutto quando questo serve a fare luce su situazioni di libertà o diritti privati.

Come abbiamo potuto constatare anche nel corso degli incontri istituzionali durante la missione del Parlamento europeo, il Myanmar è un Paese immerso nel sensibile processo di transizione verso la democrazia, un processo che mette in gioco il futuro del Paese stesso. È emerso in modo del tutto evidente che c’è una divisione netta in seno al governo tra militari e civili, ma anche tra chi pensa che la politica riformista debba andare avanti e chi ritiene invece che non si debba modificare nulla rispetto al passato.

L’Unione europea deve innanzitutto continuare a sostenere il processo di transizione verso la democrazia perché questo rappresenta un passaggio essenziale per raggiungere uno sviluppo basato sul rispetto delle libertà e dei diritti. Il dialogo tra UE e Myanmar sui diritti umani deve concentrarsi su diverse questioni. È necessario implementare il monitoraggio della situazione dei diritti umani garantendo un accesso senza limitazioni a Rakhine per fornire aiuto umanitario. Serve una piena implementazione dell’accordo tra Myanmar e Bangladesh, volto al rimpatrio dei rifugiati, con il coinvolgimento dell’UNHCR. Questo però deve compiersi nel pieno rispetto dei profughi e dei traumi che hanno subito e deve assicurare che, una volta rientrati nel loro paese, i Rohingya abbiano un tetto.

Infine, la commissione di inchiesta sugli eventi verificatisi dovrà stabilire le responsabilità per i crimini commessi in modo da evitare impunità.

A febbraio, su questo punto, la risposta delle autorità birmane è stata negativa, ma io e la sottocommissione dell’istituzione che rappresento non ci fermeremo di fronte a questo.

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