INTERVISTA – Il Bangladesh deve rimanere saldo sul laicismo di fronte alla tensione religiosa

EP TODAY

by MEP Pier Antonio Panzeri

30 dicembre 2018

Negli ultimi anni il Bangladesh è stato scenario di numerosi scontri e violenze che hanno issato la bandiera del radicalismo religioso. Dalla questione dei Rohighya, alle pressioni dei fondamentalisti islamici, sono numerosi gli episodi che hanno investito il paese.

Eppure, dalla sua indipendenza del 1971, quando si è definito come una repubblica popolare laica, il Bangladesh ha intrapreso una tendenza alla secolarizzazione. Nel 1972, il secolarismo fu scritto nella Costituzione originale del Bangladesh come uno dei quattro principi fondamentali. Dopo essere stato rimosso dal documento di fondazione nel 1977, la Corte Suprema del paese ha difeso la laicità come uno dei principi fondamentali della Costituzione nel 2010.

Negli ultimi anni, questo processo di secolarizzazione ha accompagnato una crescita economica molto forte, una delle più rapide del mondo negli ultimi anni (7,9% nel 2017). I tassi estremi di povertà stanno diminuendo e questo ha permesso al paese di compiere passi significativi anche per la vita sociale della popolazione, in particolare quella delle donne che hanno visto maggiore autonomia e accesso all’educazione. Il secolarismo, la crescita e le questioni di genere sono stati in prima linea nell’agenda del leader del paese, il primo ministro Sheikh Hasina, la cui carriera politica in Bangladesh ha attraversato quasi 40 anni.

Nonostante i successi e la crescita impressionante, il paese affronta una crisi allarmante. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, 727 mila persone della minoranza musulmana dei Rohingya sono state costrette a cercare rifugio in Bangladesh a causa delle persecuzioni dell’esercito birmano. Quella cifra oggi è stimata a 1,1 milioni di rifugiati. La situazione è riconosciuta come la crisi umanitaria in più rapida crescita nel mondo e i campi profughi del Bangladesh stanno lottando per far fronte al flusso di nuovi arrivati. Nelle ultime settimane, Bangladesh e Myanmar hanno cercato di dare forma concreta all’accordo sottoscritto dalle due parti per il rimpatrio dei profughi. Un accordo che servirebbe teoricamente a riportare equilibrio nella regione, se non fosse che i Rohingya non hanno più una casa in cui tornare e molti di loro non hanno più nemmeno alcun caro da riabbracciare. La maggior parte dei profughi è infatti terrorizzata da un possibile rientro in quelle aree in cui sono stati torturati e violentati. Preferiscono le precarie condizioni di vita in mezzo alla terra argillosa piuttosto che rivivere il massacro di cui sono stati vittime. E così la situazione vive un momento di stallo in cui sembra che la violenza, prima utilizzata per cacciarli, sia ora utilizzata per riprenderseli. L’accordo è stato fortemente criticato anche dal UNHCR a causa delle “condizioni nello stato di Rakhine non ancora favorevoli per il ritorno dei rifugiati”.

Ma quello dei Rohingya, pur essendo il peggiore, non è l’unico caso di discriminazione religiosa nel Paese. La Federazione buddista del Bangladesh, infatti, ha sollevato preoccupazioni per la presenza e l’intimidazione dei fondamentalisti islamici, riferendo di una crescente oppressione nei confronti della comunità buddista, specialmente dopo la crisi della minoranza etnica Rohingya.

Anche in seguito a questi episodi, il primo ministro Hasina ha sostenuto la cultura della laicità nel suo paese affinché il principio guida del secolarismo prevalga in questa complessa situazione in Bangladesh. Hasina ha condannato qualsiasi azione che costituisca una minaccia per la laicità nel paese, ad esempio fornendo fondi per le istituzioni religiose, l’educazione e le celebrazioni dei giorni santi per tutte le minoranze religiose nel paese.

Decisioni importanti, che necessitano però un sostegno da parte della comunità internazionale affinché si mantengano i principi democratici e secolari per i quali il paese ha combattuto. I principi della democrazia e dei diritti umani sono sostenuti da diritti economici, sociali e culturali, un concetto ben consolidato nell’Unione europea. Le libertà religiose sono fondamentali per i diritti culturali e, come tale, l’Unione europea ha un ruolo importante da svolgere per proteggere le minoranze religiose collaborando con il Bangladesh.

Per quanto riguarda la crisi dei Rohingya, ad esempio, l’UE ha fornito sostanziali aiuti politici, di sviluppo e umanitari. Finora ha messo a disposizione 65 milioni di euro in aiuti umanitari e a ottobre di quest’anno ne ha aggiunti altri 15, destinati all’assistenza dei rifugiati in Bangladesh. L’aiuto sosterrà lo sviluppo a medio termine dei rifugiati e delle comunità ospitanti nella regione di Cox’s Bazar in Bangladesh. Si concentrerà sullo sviluppo della comunità, sulla coesione sociale e sull’uguaglianza di genere. Queste misure contribuiranno a rendere le comunità più resilienti, un approccio riconosciuto anche dal Global Compact on Refugees, adottato lo scorso 18 dicembre dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’UE è impegnata a contribuire alla ricerca di una soluzione sostenibile alla crisi dei rifugiati Rohingya, per questo ha accolto con favore il recente impegno della Banca mondiale per il sostegno allo sviluppo e ha incoraggiato altri donatori dello sviluppo a seguirne l’esempio.

Inoltre, l’UE sostiene la popolazione del Bangladesh con progetti volti a sostenere lo sviluppo sostenibile e a migliorare la salute sessuale e riproduttiva con particolare attenzione ai giovani del Bangladesh, in particolare quelli socialmente esclusi dalle aree più difficili, garantendo l’accesso universale ai servizi e alle informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva.

A febbraio, come presidente della sottocommissione dei diritti umani del Parlamento europeo, ho preso parte a una delegazione che si è recata al confine tra Myanmar e Bangladesh. Un viaggio importante nel quale abbiamo potuto raccogliere testimonianze dirette della terribile situazione che sta investendo i rifugiati, oltre che un’occasione per cercare di avviare un dibattito costruttivo con le autorità dei due paesi.

Pur non volendo esimersi dall’aiutare una popolazione in difficoltà che sta attraversando una delle peggiori crisi umanitarie di sempre, il Parlamento europeo non può chiudere gli occhi di fronte al deterioramento della situazione dei diritti umani in Bangladesh. Lo scorso novembre, infatti, il Parlamento ha espresso preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Bangladesh, in particolare per la repressione in corso contro i media, gli studenti, gli attivisti e l’opposizione politica. Il Parlamento ha chiesto alle autorità del Paese di condurre indagini indipendenti sui casi di uccisioni extragiudiziarie e sparizioni forzate e di consegnare i responsabili alla giustizia. In quella stessa occasione il Parlamento europeo ha espresso il suo apprezzamento per il ruolo svolto dal Bangladesh nel quadro della crisi dei Rohingya, tuttavia ha chiesto ai governi del Bangladesh e del Myanmar di riconsiderare la decisione di avviare il rimpatrio dei rifugiati Rohingya, dal momento che ancora mancano le condizioni per un ritorno sicuro, dignitoso e volontario.

Nell’aprile del 2017, invece, con un’altra risoluzione, i parlamentari europei hanno ricordato al governo del Bangladesh di essersi impegnato nel luglio 2014 a ridurre di un terzo il numero di ragazze che si sposano tra i 15 e i 18 anni entro il 2021, al fine di eliminare i matrimoni che coinvolgono minori di 15 anni entro il 2021. Un appello necessario in quanto nel 2017 il paese ha adottato una legge sul matrimonio minorile che presentava diverse lacune che ancora permettono scappatoie a chi vuole organizzare matrimoni che coinvolgono bambini. Nella stessa occasione, il Parlamento ha invitato l’UE a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per sostenere il governo del Bangladesh nel rispetto dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani .

Sono preoccupazioni che si fanno ogni giorno più concrete in seguito ai numerosi disordini politici che il paese sta attraversando. Per il 30 dicembre sono previste le elezioni e il paese è già piombato nel caos. Gli scontri tra i sostenitori dei partiti in corsa e la polizia sono all’ordine del giorno. Sono numerosi i feriti da entrambi gli schieramenti, ci sono alcuni morti e sono almeno un migliaio gli arrestati tra i simpatizzanti delle opposizioni. I sondaggi danno in testa il partito AL della premier Sheikh Hasina, con il 66% delle preferenze, che distacca di molto il Bnp della storica rivale Khaleda Zia, in carcere con l’accusa di corruzione, che si ferma al 19,9%.

Date le premesse, restano parecchi dubbi sulla legittimità e la libertà di questo voto. Si tratta di un momento importante per il paese che si troverà nei prossimi mesi alle prese con la stabilizzazione degli equilibri nella regione e il rimpatrio dei profughi. Serve quindi un governo solido, che rispetti i diritti umani, civili e politici delle persone. L’Unione europea e il Parlamento resterà vigile per assicurarsi che questo accada.