INTERVISTA – Diritti umani: in Europa c’è qualcuno che si batte per metterli al primo posto

IO DONNA

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L’italiano Pier Antonio Panzeri è a capo della Sottocommissione per i diritti dell’uomo, che si impegna perché i diritti di tutti, soprattutto delle donne, siano al primo posto nelle agende politiche, non solo quelle europee

Sempre più spesso il tema dei diritti umani entra prepotentemente nei discorsi politici e nella cronaca quotidiana. Le immagini strazianti dei migranti venduti in Libia come schiavi o quelle delle donne che sfidano il potere guidando la macchina nei Paesi in  cui a loro è proibito hanno riacceso il dibattito in Occidente. In Europa c’è qualcuno che si sta dando da fare perché nell’agenda politica comunitaria e di ogni singolo membro dell’Unione il rispetto dei diritti umani sia sempre al primo posto: la Sottocommissione per i diritti dell’uomo. In fondo, il 46 per cento dei cittadini europei ritiene che i diritti umani siano un valore fondamentale per la nostra società.

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Pier Antonio Panzeri

A capo della sottocommissione c’è un italiano, Pier Antonio Panzeri, politico di lungo corso in forza al gruppo dei Socialisti e Democratici.  «C’è una patologia contagiosa che si sta diffondendo in tutto il mondo e che è il disprezzo per i diritti», ci racconta durante una pausa dei lavori a Strasburgo. «Purtroppo questa asticella si sta abbassando sempre di più. Il tema dei diritti è stato annientato da un iperrealismo politico, economico e commerciale. Siccome c’è una preoccupazione, che è anche giusta, di avere maggior sicurezza nella lotta contro terrorismo e nella politica dell’immigrazione, allora in qualche modo autorizziamo che i diritti rimangano sullo sfondo». Riportarli in primo piano è un compito arduo. «I diritti umani, la democrazia e la libertà non sono una settore dell’attività dell’Unione Europea, ma una costante trasversale a tutte queste attività. Noi vorremmo, per esempio, che quando si stipulano degli accordi commerciali, siano essi con i Paesi Africani, Asiatici o Americani, il tema dei diritti sia al centro. Sarebbe bello se fossero posti come condizione, ma la realtà è che prima si fa il business, e poi, se c’è spazio, si pensa ai diritti». Discorso analogo può essere fatto con il tema, sempre più caldo, della immigrazione. «Quando si sceglie di adottare una certa politica dell’immigrazione, non ci può soffermare solo sul problema del suo contenimento, ma bisogna anche affrontare come queste persone sono trattate. Il caso libico ne è l’esempio lampante. Il tema, purtroppo, ha difficoltà ad affermarsi perché molti tendono a separare la questione dei diritti umani dal complesso delle politiche europee e questo, secondo me e la commissione che presiedo, va evitato. Perché altrimenti significa ghettizzare i diritti».

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La sottocommissione dei diritti dell’uomo al lavoro a Bruxelles

Il lavoro di Panzeri e degli altri membri della Sottocommissione Diritti dell’Uomo non si limita a guardare in Europa. L’attenzione è rivolta anche al resto del mondo, come testimonia il Premio Sacharov per la libertà di pensiero, assegnato ogni anno a dicembre e che nel 2017 è andato all’opposizione democratica venezuelana, o come testimonia la presa di posizione netta nel chiedere un’indagine seria e imparziale sulla morte dell’attivista brasiliana per i diritti umani Marielle Franco, brutalmente assassinata da due sicari a Rio de Janeiro. E sono proprio i diritti delle donne un argomento spesso affrontato dalla sottocommissione, perché ancora oggi sono la categoria a cui sono più negati. «C’è molta strada da fare», dice Panzeri. «I diritti delle donne devono essere visti sotto molti profili, dalla lotta contro la violenza femminile al tema del lavoro dignitoso parificato a quello degli uomini. Perché anche nei Paesi giudicati avanzati, ci sono ancora una pluralità di diritti che devono essere affermati per ottenere parità di genere. Non possiamo poi dimenticare la condizione delle donne in alcuni Paesi, dove sono sottoposte a vessazioni o considerate di serie b». Nel processo migratorio che è in corso, poi, oltre alle difficoltà economiche o alle guerre, bisogna tenere conto chi lascia la propria terra a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici. «E le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto», spiega l’eurodeputato. «È un dato oggettivo che alle donne sia stato assegnato un ruolo subalterno che non ha alcuna giustificazione, ma che le penalizza. Per questo bisogna creare le condizioni politiche e giuridiche perché l’Europa tutta riconosca il problema. È una strada faticosa perché al suo interno l’Unione presenta posizioni molto distanti. Per esempio, c’è un blocco di Paesi e a Levante che non ritiene i cambiamenti climatici un elemento da prendere in considerazione quando si parla di diritti. Secondo me questa è una valutazione sbagliata. Ma sono fiducioso: la politica è l’arte del possibile e chi si impegna seriamente lo fa per cambiare le cose, non certo per lasciarle inalterate. E le questioni legate alla democrazia, alla libertà e ai diritti umani sono elementi fondamentali».

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