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I problemi militari di Daesh in Siria e Iraq potrebbero trasformarsi in un grande rischio per l’Europa

I problemi militari di Daesh in Siria e Iraq potrebbero trasformarsi in un grande rischio per l’Europa.

Lo afferma da tempo Jeffrey Feltman, sottosegretario per gli Affari Politici presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel report sulle minacce poste dallo Stato Islamico, uscito nel febbraio di quest’anno, Feltman evidenziava come la riduzione dei territori controllati direttamente da Daesh si stesse traducendo in un accresciuto numero di combattenti stranieri smobilitati.

Persone indottrinate, passate attraverso un conflitto atroce, hanno iniziato a tornare in Europa, diventando altrettanti snodi per la diffusione di idee radicali.

Tracciare un quadro preciso è difficile, ma sembra che nel 2016 quasi 5000 persone provenienti dall’Europa si siano arruolate nello Stato Islamico. I principali Paesi di provenienza sono Regno Unito, Francia, Germania e Belgio.

L’aumento degli attentati sembra corrispondere in qualche modo a questa fase di reflusso, anche se stiamo parlando di ipotesi: non è infatti possibile, allo stato attuale, collegare direttamente il rientro dei foreign fighters con l’escalation di attacchi in Europa.

Pare infatti che i recenti attentati non siano stati organizzati direttamente dallo Stato Islamico, ma siano piuttosto il frutto del lavoro di propaganda e influenza che l’organizzazione è riuscita a compiere in questi anni.

Dopotutto, a Daesh “conviene” rivendicare gli attacchi anche nel caso in cui questi fossero organizzati in maniera autonoma.

Nell’epoca di internet, si tratta di preservare la propria reputazione e di far percepire la pericolosità dell’organizzazione. Con un chiaro intento: nessuno deve sentirsi al sicuro.

Ma proprio da internet potrebbero arrivare anche ulteriori minacce: perché molti attentatori hanno avuto contatti online da leader dello Stato Islamico, capaci di indottrinarli a distanza.

L’unione di questo fenomeno di reclutamento online con quello del rientro dei foreign fighters potrebbe rappresentare un mix esplosivo, una sfida per l’intelligence e i servizi di sicurezza di tutta l’Europa.

Intanto, da uno dei Paesi più colpiti arriva una terapia d’urto: secondo alcune indiscrezioni, le truppe speciali francesi all’estero avrebbero dato mandato ai soldati iracheni di scovare e uccidere i cittadini dell’Esagono arruolatosi con lo Stato Islamico.

Un’operazione ai limiti della costituzionalità, poiché la Francia non prevede la pena di morte.

Mentre si ragiona sulle risposte in materia di sicurezza, un aspetto non può essere dimenticato. Bisogna andare a fondo, capire l’oscura fascinazione che l’ideologia del terrorismo jihadista esercita su tanti giovani europei.

Ed essere capaci di un dialogo profondo, interreligioso e interculturale, per sventare questa minaccia.

Perché è solo contrastando la diffusione di queste idee che si potrà davvero porre fine a una stagione di paura già troppo lunga e densa di conseguenze.

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