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Scontri tra tribù e Consiglio debole

Panzeri: "Così la Libia soffre"
La scorsa settimana ho avuto la possibilità di andare nella Libia del dopo Gheddafi per partecipare, con una delegazione di eurodeputati, alla prima missione ufficiale dell'Europarlamento. Il caso della Libia, nel più ampio scenario della primavera araba, ha costituito lo spartiacque tra la prima fase delle rivoluzioni arabe e le reazioni dei regimi che se ne sentivano minacciati.

Già prima della disfatta del Colonnello, era apparso chiaro che il passaggio alla democrazia e alla legittimazione della sua autorità sarebbe stato difficile e dagli esiti incerti in una regione dove i rapporti di forza derivano da legami informali, dove il potere è gestito da clan tribali, da confraternite socio-religiose e da oligarchie economico-militari. La fine della dittatura ha aperto una nuova fase per questo vastissimo territorio quasi disabitato ma ricco di risorse energetiche che inevitabilmente polarizzano l'attenzione di importanti stati europei (e non solo) e che da sempre esercita una forte attrattiva per Algeria ed Egitto.
E' stato possibile, quindi, toccare con mano la situazione della nuova Libia alle prese con un Consiglio nazionale di Transizione che fatica a decollare nel suo ruolo di costruzione di un'identità libica unitaria e democratica. L'infondatezza della presunta riconquista della città di Bani Walid da parte dei lealisti gheddafiani, notizia circolata di recente ma considerata altamente improbabile, non mette comunque al riparo da preoccupazioni la tenuta stessa del Consiglio nazionale di Transizione. Tale organismo, infatti, mostra evidenti segni di debolezza, non è stato ancora in grado di attuare il disarmo generale, conditio sine qua non per la creazione di un legittimo esercito nazionale e non ha saputo costruire un controllo statale sul territorio che appare ancora amministrato su logiche di spartizioni clanico-tribali e non dalle istituzioni. In queste condizioni non è chiaro se potranno tenersi le elezioni previste per il 21 giugno, anche se il presidente Jalil ha dichiarato di voler mantenere ferma quella data. Per queste ragioni, quindi, appare fondamentale il ruolo dell'Unione europea che deve essere più presente, agire sulla sicurezza dei confini e aiutare concretamente a edificare le infrastrutture politiche e istituzionali necessarie all'obiettivo della ricostruzione nazionale. Il compito più difficile, infatti, sarà quello di instillare nei libici il senso dello stato e sollecitarne l'appartenenza.
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