Global compact: cooperazione e diritti per affrontare la migrazione

La risposta per una migrazione che sia sicura, ordinata e regolare è la collaborazione a livello internazionale.

È per via di questa convinzione, che il 10 e l’11 dicembre ho partecipato alla conferenza intergovernativa Global compact for Migration che si è svolta in Marocco, a Marrakech. Un dibattito per confermare l’impegno politico nei confronti del testo approvato il 13 luglio 2018 da 192 Stati membri delle Nazioni Unite e per discutere le vie concrete per la sua attuazione. Un primo passo, a cui poi seguirà una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

Il patto globale per la migrazione è un accordo storico che è fortemente sostenuto dal Parlamento europeo, come ha dimostrato la risoluzione approvata nell’aprile di quest’anno. Il patto definisce un quadro sulle modalità più efficaci di gestione della migrazione a livello globale, nel pieno rispetto dei diritti umani dei migranti: proposte sensate per affrontare le cause profonde del fenomeno, reprimere la tratta di esseri umani e il traffico di migranti. Si basa sui principi del partenariato, della responsabilità condivisa e della consapevolezza che nessun paese può affrontare da solo le sfide e le opportunità di questi flussi.

La migrazione è una realtà globale e per la sua stessa natura qualcosa che richiede una risposta internazionale. I cambiamenti climatici, l’instabilità in Nord Africa e nel Medio Oriente e le enormi discrepanze nella distribuzione della ricchezza e delle risorse indicano che la migrazione continuerà ad essere in cima all’agenda politica per gli anni a venire. Nascondere la testa nella sabbia non farà sparire questi problemi. Serve collaborare con i governi di tutto il mondo per gestire efficacemente le questioni e garantire che i diritti umani fondamentali siano tutelati.

Questo è il motivo per cui ci siamo trovati a Marrakech: mostrare il nostro incrollabile impegno per la cooperazione multilaterale. L’attuazione del patto deve andare di pari passo con l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite come stabilito negli Obiettivi di sviluppo strategico, oltre a garantire maggiori investimenti nei paesi in via di sviluppo.

Sono basito dalla campagna di disinformazione che ha portato diversi paesi a ritirare il loro sostegno dal patto. L’Ungheria inizialmente era l’unico paese dell’UE a non sostenerlo, poi, nel dicembre 2017, anche gli Stati Uniti hanno ritirato il loro appoggio. Molti altri paesi hanno seguito l’esempio dell’Amministrazione Trump, come Australia, Israele, Austria, Repubblica Ceca, Polonia e altri, tra i quali compare l’Italia che, dopo un’iniziale sostegno annunciato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha fatto una brusca retromarcia seguendo il diktat del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Molti di loro affermano che ciò è dovuto al fatto che i documenti mescolano migrazione di lavoro e asilo. Questo non è vero. Come afferma lo stesso documento: “i migranti e i rifugiati sono gruppi distinti governati da quadri legali separati”. Inoltre, il Global Compact è un quadro non legalmente vincolante che non crea nuovi obblighi per gli Stati ed è nel pieno rispetto del principio di sovranità nazionale.

Il Parlamento europeo è fermamente convinto che la cooperazione internazionale in materia di migrazione debba essere incentrata sulle persone e basata sui diritti. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – che ha celebrato proprio in quei giorni il suo 70 ° anniversario – deve essere al centro della governance della migrazione accanto agli attuali obblighi di legge internazionale, come la Convenzione sui rifugiati.

Su questo si è concentrata la conferenza di Alto livello durante la quale ho preso la parola in rappresentanza dell’Unione europea.

Conferenza di alto livello in occasione del 70esimoanniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani

“70 anni. Possiamo dire una giovane età per la Dichiarazione universale, una dichiarazione che ripropone oggi la propria attualità dinnanzi all’attacco diffuso ai diritti umani, quasi ovunque, e in particolar modo verso i difensori dei diritti umani.

Tuttavia, mi sembra che il compito che abbiamo non sia solo quello di celebrare un anniversario, ma anche di riflettere sul futuro. E per riflettere, in questi ultimi decenni, accanto all’obiettivo di espansione delle politiche dei diritti umani, si è accompagnato un processo di globalizzazione che ha prodotto fratture sociali e profonde disuguaglianze.

Non doveva andare così, perché questo ha favorito la crescita di forze populiste e di forze ostili ai diritti umani.

Questa separazione tra diritti umani ed equità sociale ha reso oggi più difficile e fragile la battaglia per i diritti umani e io penso che sia forse venuto il momento di coniugare sempre più con forza diritti umani e la battaglia per l’equità sociale se vogliamo che i diritti umani ritrovino ancora una forte centralità proprio a partire dal Global compact”.