Europee, populisti a caccia per il car sharing verso Bruxelles

Finite le vacanze si sono tutti messi in viaggio. Gli esponenti politici degli Stati membri si sono messi in marcia per tessere la tela delle alleanze transnazionali che porterà alla formazione dei gruppi politici europei.

Le compagini che oggi animano il Parlamento europeo, come testimoniano le rotte dei nostri politici, è destinata a cambiare. Alla base di ciò ci sono i nuovi movimenti politici che sono sorti in molti Paesi europei e che tendono a identificarsi come forze nuove, spesso giovani e in contrapposizione con l’establishment tradizionale che negli ultimi decenni è stato rappresentato con un bipolarismo tra la Destra e la Sinistra.

Nuovi soggetti quindi che purtroppo non sempre equivalgono a nuove idee. Vediamo oggi alcuni esponenti dei nuovi – e meno nuovi – movimenti politici brancolare nel buio, persi tra diverse traiettorie politiche. Se un tempo erano le ideologie a tracciare la linea di un partito, oggi notiamo come queste nuove potenze politiche fluttuino tra esponenti con radici diverse, che potrebbero tuttavia essere indispensabili per raggiungere quei 25 eurodeputati provenienti da almeno sette Paesi necessari per istituire un gruppo politico al Parlamento europeo.

Coloro che si stanno dimostrando maestri nella tessitura di questa tela sono i cosiddetti sovranisti. Un disegno tracciato già da tempo in realtà, in modo da arrivare pronti al fatidico maggio 2019. Sono passati quasi 5 anni infatti dal sodalizio tra Matteo Salvini della Lega e Marine Le Pen del Rassemblement National francese. All’epoca entrambi erano contro l’Unione europea e contro l’euro. Un atteggiamento che hanno dovuto rivedere e moderare nel tempo, ma del resto Salvini era già stato bravo in una simile giravolta quando ha trasformato la Lega Nord in un partito che ha conquistato l’Italia dalle Alpi al mare. L’Europa resta sempre il cattivo della loro favola, in particolare la Commissione, le banche e chiunque osi interferire più di tanto con la politica nazionale degli Stati membri. Tuttavia, non si vuole più abbandonare l’Unione o la sua moneta, ma piuttosto la si vuole chiudere all’interno dei suoi confini, impedendo a interferenze culturali e religiose, o a persone che scappano dalla morte e dalla guerra, di disturbare. Autoescludersi dall’Unione europea in un mondo globalizzato non conviene, lo hanno capito anche loro. Basta dare un occhio al Regno Unito per capire come questa Unione, seppur malconcia, sia indispensabile al sostentamento degli Stati membri. E poi chi glielo fa fare: quando Nigel Farage, il più accanito sostenitore della Brexit, ha raggiunto il suo obiettivo ha contemporaneamente segnato la fine della sua carriera politica avendo svuotato la sua dialettica di qualsiasi argomento.

Con il sogno di questa nuova cristianissima Europa chiusa in se stessa, anche a discapito di qualche diritto se serve, si è dato vita a una forza populista nazionalista che unisce Viktor Orban, Marie Le Pen, il capo della CSU bavarese Horst Seehofer, Alternative fur Deutschland, l’Olanda, la Slovacchia, la Polonia e la Svezia. Una fotografia di questo scenario è stata diffusa la scorsa settimana: rappresentava un incontro in Polonia tra il polacco Kaczynski, l’ungherese Orbán, la francese Le Pen, lo svedese Åkesson, l’olandese Wilders e l’italiano Salvini. Questi partiti insieme potrebbero avere più di 60 deputati nel prossimo Parlamento europeo che, sommati ad alleati minori, porterebbero il gruppo ad essere una delle forze principali, spezzando così l’equilibrio tra Socialisti, Popolari e Liberali, abituati a tirare i fili del Parlamento europeo. Questo nuovo asse è basato su punti condivisi come la chiusura delle frontiere all’immigrazione e la protezione dei valori cristiani, ma presentano anche altrettanti punti di contrasto come il rapporto con la Russia, stretto con Le Pen e Salvini ma ancora rancoroso per la Polonia, o come il modo di interpretare l’euroscetticismo: se i due partiti italiano e francese ne hanno fatto un cavallo di battaglia, la Polonia non può negare di essere stata uno dei Paesi che più ha goduto dei benefici europei. Da questo quadretto, anche l’ungherese Orban prende le distanze, affermando di essere intenzionato a restare nel PPE. Un asse che fa sentire sempre più la sua presenza quello sovranista, ma che scricchiola ancora prima di entrare nel vivo della campagna elettorale.

Altri stanno cercando compagni di corsa per queste elezioni. Sono quei movimenti nati dalla rabbia verso la politica, che si sono poi articolati nella richiesta di tagli delle spese e del ricambio della classe politica ma che, una volta ottenuto il loro ricambio ed essersi trovati l’onere di assumere la guida, non hanno ben saputo da che parte andare. Il ritratto del Movimento 5 stelle italiano. Già nel 2014, in occasione del suo ingresso al Parlamento europeo, il M5S era stato rimbalzato dall’Alleanza dei Democratici e dei Liberali, trovandosi così a sedere tra le fila del gruppo euroscettico Europa delle Libertà e della Democrazia diretta. Qualche giorno fa, dopo aver provato a metterci il cappello per risalire nella classifica della popolarità, Di Maio è stato rimbalzato anche dai Gilet Gialli, il movimento di protesta francese. Ma non c’è da temere: Di Maio ha presto ripiegato su altri “amici”. A Bruxelles, infatti, si è immortalato con il polacco Pawel Kukiz, il croato Ivan Sincic e la finlandese Karolina Kahonen, leader di movimenti che lui stesso definisce giovani e alternativi a quelli tradizionali. Un minestrone di estremismi insomma. Pawel Kukiz sostiene posizioni ultranazionaliste e conservatrici, è contrario al Gay Pride, antiabortista e favorevole ad aumentare i poteri del presidente della Repubblica. Ivan Vilibor Sinčić, leader di “Barriera Umana”, partito croato della sinistra populista, chiede il blocco degli sfratti, la nazionalizzazione del sistema bancario, la legalizzazione della marijuana e la proibizione degli OGM. Per quanto riguarda Karoliina Kähönen, invece, studentessa ed ex assistente parlamentare, al momento i suoi risultati non sono rilevati dai sondaggi in vista delle elezioni europee, né da quelli per le elezioni parlamentari che si terranno ad aprile.

Resta poi il posizionamento di En Marche del presidente francese Emmanuel Macron: puntava a presentarsi come un fresco leader dei Liberali, forte della sua colonna sonora – l’Inno alla gioia – con cui si è presentato all’Europa il giorno della sua elezione. Ma il movimento dei Gilet gialli ha offerto a Macron a una brutta gatta da pelare, causando un tonfo nel suo indice di popolarità. C’è chi pensa che in quest’area possa rientrare Matteo Renzi, ma lui, giustamente, almeno per il momento preferisce stare in disparte.

Chi si sta preparando a una grande batosta sono i Popolari. Se oggi spadroneggia nell’aula europea con i suoi oltre 200 eurodeputati, il PPE registrerà un calo non indifferente ai seggi. Manfred Weber, presidente del gruppo e candidato a prendere la guida della Commissione, può contare sulla Destra tradizionale italiana (Forza Italia e Fratelli d’Italia), non più influente come ai tempi di Berlusconi, mentre vede la sua CDU tedesca sempre più debole. Inoltre punta a raccogliere le nuove energie di Vox, il partito che ha conquistato l’Andalusia e sa di dover fare i conti con Orban, forte nel suo paese, ma al centro di numerose contraddizioni. Del resto, gran parte delle forze popolari sono migrate verso destre più estremiste, svuotando il gruppo politico di energie.