Europa, unica architettura possibile per la sopravvivenza della sinistra

Parigi, 25 maggio 2018

Ringrazio per l’invito che mi è stato rivolto a parlare di un tema così impegnativo.
Non si tratta certamente di una riflessione semplice in un momento nel quale la sinistra europea appare investita da una profonda crisi e impegnata nella ricerca di nuovi obiettivi e nuovi fondamenti culturali in grado di aprire un orizzonte di rinnovamento e rilancio.
Nelle recenti, e meno recenti, elezioni svoltesi in alcuni paesi europei, i partiti socialisti, socialdemocratici e progressisti sono stati pesantemente sconfitti e all’interno di essi le prospettive della sinistra ci appaiono assai problematiche.
Sembra essersi consumata una grande stagione che ha visto la socialdemocrazia europea protagonista della trasformazione e del governo delle nostre società: eppure questo fenomeno si presenta oggi a noi non come un esito ragionevole di una vittoria della cultura liberista sulla tradizione socialista, ma al contrario con un sorprendente paradosso. La sinistra, infatti, arretra proprio nel momento in cui la grande crisi finanziaria, economica e sociale iniziata un decina di anni fa chiude il ciclo di una globalizzazione senza regole dominata dall’ideologia ultraliberale.

Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista. Anzitutto la necessità che siano la politica e le istituzioni democratiche a orientare e regolare lo sviluppo economico perché solo a questa condizione lo sviluppo capitalistico si concilia con i principi della democrazia, della giustizia sociale e della tutela delle libertà individuali.
Si riscopre che non è il denaro che produce denaro, così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce ricchezza e valore, come scrivevano i nostri classici.


Il paradosso qual è dunque?
Di fronte a questi enormi cambiamenti sembra proprio il socialismo in Europa ad essere più in difficoltà. E in gran parte del nostro continente, governato da una leadership conservatrice, il declino della destra neoliberista sembra non andare a vantaggio dei progressisti, ma in molti paesi europei sembra a vantaggio di una destra nazionalista populista, talora apertamente reazionaria e razzista.

Perché proprio qui nella vecchia Europa sembra essere così difficile la sfida per i progressisti?
Proprio qui, in questa parte del mondo che ha visto nei secoli scorsi l’affermazione più alta dei valori democratici, dei principi di giustizia sociale e delle libertà individuali?
La storia non si ripete mai allo stesso modo, tuttavia il rischio è che il nostro continente si avvii verso un declino non solo economico ma anche politico, civile e culturale.

Alcuni anni fa un acuto sociologo francese, Dominique Moisi, descrisse il mondo diviso in tre sentimenti: la speranza, che anima i grandi paesi che si affermano come protagonisti sulla scena mondiale, il rancore degli esclusi e dei perdenti e la paura dei più ricchi che temono di perdere i loro privilegi. L’Europa è per eccellenza il continente della paura.
Il timore della aggressiva competitività delle economie asiatiche, la paura degli immigrati che sconvolgono la nostra organizzazione sociale e che, soprattutto oggi, con la crisi e la disoccupazione, appaiono ai più poveri come un nemico e una minaccia, la paura del terrorismo e dell’Islam, che hanno accresciuto la sensazione di vivere in una fortezza assediata e il bisogno di ricollegarsi a una identità civile e religiosa forte e radicata.
La destra ha fatto di queste paure la sua forza, la nostra di forza invece non è stata complessivamente in grado di dare una risposta positiva alle sfide che la globalizzazione imponeva.
I socialisti europei si sono divisi di fronte a tale sfida. In alcuni paesi e in alcuni partiti ha prevalso l’illusione che gli effetti della globalizzazione potessero essere contenuti e che si potesse difendere l’aspetto sociale frutto del secolo socialdemocratico e del Welfare State.
Dall’altra parte, vi sono stati partiti e leader che hanno invece cavalcato con entusiasmo il capitalismo globale, condizionando non poco il pensiero socialista continentale, senza essere in grado di porre rimedio alle disuguaglianze sociali crescenti generate dallo sviluppo senza regole del capitalismo globale e apparendo di fatto sostanzialmente sul solco di una cultura neoliberale e quindi coinvolti tra le forze responsabili della crisi di oggi.

Il problema, ecco il punto, è che il socialismo europeo, sia nelle componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito di fronte alla globalizzazione ad andare oltre all’orizzonte del riformismo nazionale.
In particolare, questa è la mia opinione, la grande opportunità legata al processo di integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccolissima parte.
La sfida del mondo globale sta proprio nella capacità di governare i processi a livello sovranazionale. La crisi della sinistra avviene in questo contesto. La perdita di influenza viene dunque da lontano e si caratterizza in particolare per non essere più in grado di ridurre le disuguaglianze sociali. Con la caduta del muro di Berlino sono venute meno le forze politiche (non solo comuniste) e sindacali capaci di creare rapporti di forza utili a favorire una redistribuzione più giuste della ricchezza prodotta. Inoltre, la globalizzazione ha fatto saltare il quadro di riferimento della sinistra europea, cioè lo Stato-nazione in cui si produce e redistribuisce la ricchezza.

“Il mio nemico è la finanza internazionale” diceva François Hollande in campagna elettorale, per finire una volta all’Eliseo e senza poteri reali per agire, con il rassegnarsi a formulare limitate proposte di tassazione internazionale. Il re è nudo e la sinistra prende freddo.
È infatti solo agendo sul piano sovranazionale che si può immaginare di condizionare la globalizzazione, di fronteggiare sfide globali (immigrazione, tutela dell’ambiante, lotta alla corruzione, ecc.): l’architettura europea è oggi la precondizione dell’azione politica e della sopravvivenza della sinistra.
Senza un’Europa politica, ogni governo di sinistra, a livello nazionale, è condannata al fallimento perché non dispone più degli strumenti necessari (in primo luogo economici) per mettere in atto le sue politiche.

So che tutto ciò non è semplice, tuttavia è mia opinione che sia l’unica prospettiva realistica per una sinistra rinnovata.

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