Editoriale Newsletter n°7/2017

Nello stato di Rakhine, da circa tre settimane, decine di migliaia di Rohingya sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Lo scorso agosto, sono strati bruciati circa 700 edifici a CheinKhar Li, dove risiede una vasta comunità Rohingya, distruggendo quasi interamente il villaggio.

Questa è solo la punta dell’iceberg delle tante violazioni subite.
In seguito al susseguirsi di questi attacchi, sono stati stimati circa 18.500 musulmani Rohingya che hanno attraversato il confine negli ultimi giorni, raggiungendo i già presenti 400.000 rifugiati scappati dalle milizie estremamente violente del Myanmar, che vivono in condizioni estremamente precarie nei campi del Bangladesh.
Questa minoranza etnica non può godere di una piena cittadinanza nel Myanmar ed è costretta a vivere in condizioni di apartheid e sospetto da parte delle autorità, poiché ritenuti possibili interlocutori con il Bangladesh.

In Myanmar sono infatti da secoli presenti comunità musulmane, ed oggi, nello stato di Rakhine, i Rohingya sono circa un milione. Eppure, a questa minoranza viene negata una cittadinanza completa, rendendola apolide e soggetta a gravi restrizioni nei diritti e nelle libertà fondamentali. I Rohingya hanno alle proprie spalle una lunga storia di discriminazioni e persecuzioni, oggi esacerbate dai recenti scontri fra le autorità birmane e la minoranza musulmana.

Dalle notizie diffuse dai media internazionali si apprende che Aung San SuuKyi sostiene che il suo governo sta difendendo “tutti i cittadini” e che secondo il governo birmano, alcuni militanti Rohingya abbiano attaccato le forze dell’ordine, facendo sì che il governo attivasse una contro-offensiva militare per proteggere i cittadini, giustificando in questo modo la repressione della minoranza.

La situazione drammatica dei rohingya descrive molto bene la deriva antidemocratica oggi presente in Myanmar e l’attacco al popolo rohingyaha un duplice obiettivo: quello di natura etnica, cioè eliminare una minoranza, e quello di natura religiosa, cioè la volontà di sopprimere la libertà religiosa – stiamo parlando di una popolazione musulmana.

Per questo è grave il comportamento delle autorità birmane: lo condanniamo ed esprimiamo la nostra solidarietà alla popolazione rohingya. Chiediamo anche al Bangladesh che, comprendiamo, è in una situazione difficile, di mantenere fede ai propri obblighi internazionali non chiudendo le frontiere e aiutando l’accoglienza.

In merito alla figura di San SuuKyi, oggi ai vertici del governo birmano, abbiamo sostenuto le sue battaglie di libertà per lungo tempo ma lei oggi gira la testa dall’altra parte e di fatto favorisce questi attacchi. Io penso che se continua questo comportamento, il Parlamento europeo dovrebbe decidere la procedura di ritiro del premio Sacharov a lei conferito.

Alla luce dei recenti sviluppi in Myanmar, la Commissione del Parlamento Europeo sul commercio internazionale ha deciso di rinviare la sua visita nel paese, nello specifico Bernd Lange ha dichiarato che la decisone è avvenuta in quanto era chiaro che la situazione attuale dei diritti politici e dei diritti umani nel paese, come risulta dalla risoluzione del PE adottata giovedì 14 settembre, non consente una discussione fruttuosa su un potenziale accordo di investimento UE-Myanmar.

Giovedì 14 settembre, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione su Myanmar in cui i deputati invitano le forze militari e di sicurezza in Myanmar a cessare immediatamente le uccisioni, le molestie e lo stupro dei popoli di Rohingya.

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