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Ecco perché l’ accordo con il Governo di Tripoli non rappresenta una soluzione al problema della migrazione dalla Libia

Sono trascorsi diversi mesi da quando l’Italia ha stipulato un accordo col governo libico di Al Sarraj con l’obiettivo di ridurre il numero di migranti provenienti dal Paese nordafricano.

Per tracciare una prima valutazione, è utile fare un passo indietro.

La Libia vive una fase di instabilità ininterrotta da quando, nel 2011, è stato deposto Gheddafi. Per anni milizie avverse si sono combattute e la presenza diffusa di armi sull’intero territorio ha trasformato questo Stato in una terra di nessuno ideale per lo sviluppo di traffici illeciti.

Dal caos sono emersi due governi alternativi: quello di Tripoli, sostenuto dalle potenze europee e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tobruk che invece gode del supporto di Egitto e Russia.

Il Governo Italiano ha trattato solo col governo di Tripoli, ottenendo un ammonimento da parte dell’amministrazione rivale: il Parlamento di Tobruk ha infatti dichiarato “nullo e inesistente” l’accordo appena stipulato.

Ma persino il Parlamento e il Governo di Tripoli non hanno avuto l’occasione di vagliare e approvare il memorandum fra Gentiloni e Al Sarraj.

E il ricorso firmato da un gruppo di giuristi, ex politici e intellettuali libici segnalava che l’accordo fosse in contrasto con i regolamenti europei sull’asilo, dal momento che permetteva il respingimento dei profughi verso un Paese che non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Da questi elementi è facile capire come le premesse fossero deboli, anche se va riconosciuta la volontà di trovare soluzioni politiche a una vicenda che non è possibile risolvere solo in ottica emergenziale.

Nei primi mesi del 2017, oltre 50 000 persone hanno abbandonato la Libia per dirigersi verso l’Italia. Un numero simile a quello del 2015 e di poco inferiore a quello del 2016. Numeri che raccontano di quanto poco efficace sia l’accordo stipulato.

Ma per capire davvero perché, va considerato un ulteriore elemento: la traversata del Mediterraneo non è il momento più difficile e pericoloso del viaggio intrapreso dalle persone in fuga.

Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia sono alcuni dei principali paesi di partenza. Chi parte spesso non è consapevole dei rischi che potrà correre durante il tragitto. Molti muoiono attraversando il Sahara, ma c’è un rischio ancora peggiore: finire nelle mani dei trafficanti di esseri umani o di una delle tante milizie presenti in Libia.

Molti migranti hanno descritto le terribili torture a cui sono stati sottoposti nel tentativo di estorcere a familiari o amici un riscatto.

Anche il sistema di detenzione presente in Libia assomiglia a un girone infernale: i centri gestiti dalla polizia libica sono pesantemente infiltrati dal racket delle estorsioni.

Sono innumerevoli i casi in cui persone arrestate sono poi finite nelle mani di reti criminali che li hanno sfruttati per il lavoro gratuito, o per chiedere denaro alle famiglie.

Molti migranti sono costretti a trascorrere mesi di inferno prima di riuscire, con un po’ di fortuna, a imbarcarsi per l’Europa.

Ecco perché l’ accordo stipulato con il governo di Tripoli non rappresenta una soluzione durevole al problema della migrazione dalla Libia. Solo una stabilizzazione del Paese potrebbe rendere possibile gestire il fenomeno senza violare le convenzioni sui diritti umani.

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