Delegazione UE al confine Myanmar-Bangladesh: sostenere il processo democratico per il rispetto dei diritti umani

Delegazione UE al confine Myanmar-Bangladesh: sostenere il processo democratico per il rispetto dei diritti umani

Siamo partiti con un bagaglio di preoccupazioni, un bagaglio che al ritorno è risultato appesantito da quello che abbiamo visto e abbiamo ascoltato.

La missione della delegazione del Parlamento europeo, composta da membri della Sottocommissione per i Diritti umani e della Commissione Affari esteri, è arrivata l’11 febbraio al confine tra Myanmar e Bangladesh dopo molti mesi di dibattiti, testimonianze e appelli che hanno tentato di sanare la crisi in atto. Al centro della drammatica situazione i Rohingya, una minoranza musulmana del Myanmar che è stata costretta ad abbandonare le proprie case e terre e a scappare nel vicino Bangladesh.

Negli ultimi anni sono state numerose le violenze compiute ai danni di questa minoranza, inclusi arresti arbitrari, uccisioni, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti, stupri, nonché distruzione di case e di proprietà. Ma è a partire dall’agosto del 2017 che gli abusi contro i Rohingya si sono fatti ancora più duri: con la scusa di rispondere ad alcuni attacchi compiuti dagli insorti che rivendicano la liberazione dei Rohingya dall’oppressione del governo del Myanmar, l’esercito birmano ha riversato una violenza sproporzionata contro la popolazione, costringendo più di 700mila persone ad abbandonare le proprie case situate nello Stato del Rakhine per rifugiarsi nei Paesi vicini.

La prima tappa della missione parlamentare è stata a Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove abbiamo visitato i campi che ospitano i Rohingya e incontrato le organizzazioni che forniscono loro servizi. Abbiamo visto le reali dimensioni della crisi: campi immensi, probabilmente i più grandi al mondo, che ospitano più di un milione di profughi. Tra questi, attualmente ci sono 65 donne incinte e 29mila minori non accompagnati. Abbiamo incontrato alcuni gruppi di nuovi arrivati che hanno raccontato episodi di violenze, stupri e altre avversità. Quello dei rifugiati è un flusso che continua, benché si sia ridotto, nonostante l’incombere della stagione delle piogge monsoniche.

Pur avendo riconosciuto il ruolo importante che il Bangladesh ha svolto ospitando questo immenso campo, la delegazione ha precisato la necessità per questo Paese di riconoscere a pieno il diritto internazionale per lo status dei rifugiati e di trovare nuove dislocazioni.

A Yangon, la delegazione ha incontrato i rappresentanti della società civile, tra i quali l’associazione dei prigionieri politici, l’ambasciatore dell’UE e altri ambasciatori degli Stati membri. Abbiamo anche incontrato le autorità delle quattro principali religioni del Paese (Buddhisti, Cristiani, Musulmani e Induisti).

L’ultimo giorno è trascorso nella capitale del Myanmar dove, pur non avendo potuto incontrare il capo delle forze armate e Aung San Suu Kyi, ci siamo rivolti altri ministri. I nostri dialoghi sono stati schietti e aperti: il ministro della difesa ha detto che secondo lui la crisi è in realtà una guerra condotta dalla stampa estera.

La nostra impressione dopo questi cinque giorni è che il Myanmar sia un Paese immerso nel sensibile processo di transizione verso la democrazia, un processo che mette in gioco il futuro del Paese stesso. È emerso in modo del tutto evidente che c’è una divisione netta in seno al governo tra militari e civili, ma anche tra chi pensa che la politica riformista debba andare avanti e chi ritiene invece che non si debba modificare nulla rispetto al passato.

L’Unione europea deve innanzitutto continuare a sostenere il processo di transizione verso la democrazia perché questo rappresenta un passaggio essenziale per raggiungere uno sviluppo basato sul rispetto delle libertà e dei diritti. Il dialogo tra UE e Myanmar sui diritti umani deve concentrarsi su diverse questioni. È necessario implementare il monitoraggio della situazione dei diritti umani garantendo un accesso senza limitazioni a Rakhine per fornire aiuto umanitario. Serve una piena implementazione dell’accordo del 23 novembre tra Myanmar e Bangladesh, volto al rimpatrio dei rifugiati, con il coinvolgimento dell’UNHCR. Infine, abbiamo richiesto una commissione di inchiesta sugli eventi verificatisi che stabilisca le responsabilità per i crimini commessi in modo da evitare impunità. Su questo la risposta delle autorità birmane è stata negativa, ma noi insistiamo.

“Resoconto della missione riportato in una riunione della Sottocommissione per i Diritti umani del Parlamento europeo

http://euroefe.euractiv.es/6478_europarlamento/5147436_la-ciudad-de-los-apatridas.html

http://www.thedailystar.net/backpage/rohingya-refugee-repatriation-european-union-needs-reassess-ties-with-myanmar-1536694

https://www.irrawaddy.com/news/burma/government-rejects-eu-call-independent-investigation-rohingya-exodus.html

https://www.euractiv.com/section/central-asia/news/eu-lawmakers-visit-bangladesh-camps-call-for-more-efforts-to-help-rohingyas/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.