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Da oggi Ankara torna a far parte del Medioriente

Recep Tayyip Erdogan sembra aver vinto la sua scommessa. Il referendum costituzionale ha sancito il consenso della popolazione turca al piano di accentramento di poteri dell’attuale presidente.

Certo, non si tratta di un plebiscito: la differenza fra chi ha votato sì e chi si è opposto alla proposta di riforma è ristretta, e i partiti contrari al progetto politico di Erdogan hanno già fatto sapere che chiederanno il riconteggio di molte schede.

L’oggetto del contendere è semplice: a votazioni già avvenute, la commissione elettorale turca ha annunciato la validità delle schede non timbrate. Si parla di oltre un milione e mezzo di voti accettati con questo metodo.

Considerando che il sì ha vinto con un risicato 51,22%, basterebbe poco per modificare gli esiti della tornata elettorale.

Nell’annunciare la vittoria, Erdogan ha parlato di una decisione storica che va rispettata anche dai paesi alleati.

Ma le preoccupazioni più grandi potrebbero arrivare dall’interno, visto che la distribuzione dei voti restituisce una nazione spaccata a metà. L’AKP, il partito del Presidente, mantiene la sua roccaforte in Anatolia, ma perde consenso nella capitale. Il progetto di riforma non vince neppure nelle altre grandi città, come Istanbul (di cui Erdogan è stato Sindaco) e Izmir.

La polarizzazione potrebbe accrescere i contrasti con le aree a maggioranza curda del Paese: nel sud-est della Turchia, il no ha vinto con percentuali variabili fra il 57,2% e il 72,6% dei voti.

Un aiuto determinante è arrivato dai turchi residenti all’estero. Probabilmente anche per via delle recenti polemiche fra la Turchia e alcuni Paesi europei, il consenso alla riforma è stato alto: in Francia, Germania, Austria e Olanda fra il 59% e il 78% dei votanti hanno votato sì. Un dato che fa riflettere sui rapporti fra i paesi di accoglienza e comunità turche che esistono da decenni e dovrebbero ormai aver introiettato i valori democratici.

Sebbene l’AKP avesse sperato in un margine di consenso più ampio, Erdogan ha comunque ottenuto ciò di cui aveva bisogno: un mandato popolare per operare la più grande trasformazione dello Stato turco dai tempi della sua nascita. Per anni, Erdogan ha lavorato per rendere più debole le opposizioni e i corpi intermedi. Ora, ha strumenti ben più potenti per silenziare le voci contrastanti.

Il passaggio da repubblica parlamentare a presidenziale si preannuncia epocale e, inutile nasconderlo, provoca i mal di pancia di molti leader europei.

Confermando i peggiori timori degli alleati continentali, una delle prime proposte di Erdogan dopo la vittoria è stata la reintroduzione della pena capitale.

Sarebbe il colpo di grazia per i negoziati di adesione all’UE, già in seria difficoltà.

Mai come in questi giorni, la Turchia sembra allontanarsi a grandi passi dall’Europa e avvicinarsi a un turbolento Medio Oriente, teatro di conflitti e generatore di leader autocratici.

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