Come la Brexit ha cambiato l’immagine dell’UE

ITALIANI EUROPEI –  marzo 2019

Come si è recentemente chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, nemmeno io saprei dire in quale girone dell’inferno Dante avrebbe collocato coloro che hanno spinto per la Brexit senza aver chiaro come metterla in atto. Di sicuro però questa Brexit ha uno svolgimento di gran lunga più complicato del viaggio di Dante. Purgatorio e Paradiso compresi.

Ci si è talmente abituati a sentire discutere della questione che sembra che i negoziati per la Brexit non debbano finire mai. Invece una data di scadenza c’è e basta girare una pagina del calendario per trovarla: 29 marzo 2019.

Ma cosa cambierà davvero dopo questa data? Dato lo stato in cui ci troviamo, non sarebbe assurdo pensare che il 30 marzo non sarà cambiato proprio nulla. Lo scorso novembre infatti, in una bozza di accordo tra il governo inglese e i negoziatori europei, si è preferito restare vaghi, lasciando come termine ultimo il 20XX (nulla esclude che possa essere il 2099).

È proprio tra le 585 pagine di questo accordo raggiunto dopo due anni e mezzo di negoziati che si può trovare qualche risposta. Il punto principale dell’accordo è la decisione di proseguire le trattative per un periodo di transizione che durerà fino al dicembre del 2020. Se entro il luglio del 2020 un ulteriore e più specifico accordo non sarà raggiunto, il termine potrà essere ulteriormente prorogato, fino al 20XX appunto (i negoziatori britannici hanno assicurato però che quelle “XX” saranno eliminate nella versione definitiva dell’accordo e che il termine ultimo sarà fissato entro i primi mesi del 2021).

Serve ben tenere presente tuttavia che a metà gennaio il Parlamento inglese ha respinto questa bozza di accordo chiedendo una nuova negoziazione che tuttavia non sembra essere un’opzione per l’Unione europea. In seguito al secco no inglese, avallato da una maggioranza inaudita per le mura di Westminster, si è fatto sempre più presente lo spettro di un no deal cioè una separazione tra Regno Unito e Unione europea senza un accordo che non riservi un canale preferenziale per le relazioni tra i due soggetti. I timori principali riguardano quello che accadrebbe alle dogane e ai confini del paese: dal giorno alla notte, il Regno Unito verrebbe considerato un paese terzo dal resto dell’Unione, con tutti i controlli, le ispezioni, le richieste di bolli e la burocrazia aggiuntiva che questo comporterebbe.

Rimandare il raggiungimento di un accordo quindi non sembra offrire benefici: con il tempo che passa appare necessario piuttosto una regolamentazione della situazione che metta d’accordo le parti e le esigenze dei rispettivi cittadini.

Cittadini pronti a fare le valigie

Le persone più angosciate da questa grave e interminabile situazione di incertezza sono tra gli altri i cittadini europei che si sono trasferiti nel Regno Unito così come quelli britannici che risiedono in uno degli Stati membri. La libera circolazione delle persone è da sempre un principio cardine dell’Unione europea, un principio che inizia a traballare per gli amici inglesi.

Del resto l’Unione europea ha negoziato un accordo che protegga l’intero corpus dei diritti con garanzie concrete per i cittadini di entrambe le sponde della Manica. Di fatto, tutti i cittadini dei 27 Stati membri che sono arrivati ​​nel Regno Unito o i cittadini britannici arrivati nell’Unione prima dell’uscita formale del Regno Unito, prevista per il 30 marzo 2019, potranno continuare a vivere, lavorare e studiare beneficiando degli stessi diritti di cui attualmente godono.  I membri della famiglia, come coniugi, figli, genitori, nonni, manterranno il loro diritto di riunificazione in futuro, anche non vivendo nel Regno Unito oggi. I cittadini manterranno inoltre il loro diritto all’assistenza sanitaria, alla pensione e ad altre prestazioni di sicurezza sociale e saranno in grado di beneficiarne anche dopo la Brexit, qualora decidessero di vivere in un altro paese dell’UE o rientrare nel Regno Unito. Questa “esportabilità” comprenderà tutte le prestazioni familiari. L’accordo include inoltre meccanismi giuridici volti a garantire la fruibilità nel tempo dei diritti. Il Regno Unito creerà inoltre una nuova autorità indipendente per garantire la corretta attuazione dell’accordo di revoca e per assistere direttamente i cittadini. La protezione dei diritti dei cittadini è stata una battaglia a cui il Parlamento europeo ha contribuito enormemente e di cui possiamo di certo andar fieri.

Peccato solo che questa bozza di accordo sia stata rifiutata dal parlamento inglese, rendendo sempre più concreto il fantasma dell’uscita senza accordo.

Una Brexit no deal, senza tutele diplomatiche per aziende e cittadini, potrebbe costringere al rimpatrio fino a 250mila cittadini britannici residenti in Europa. Alcuni parlano di un rientro improvviso di 150mila persone nei mesi successivi al temuto 29 marzo 2019 e di un successivo flusso di altre 100mila persone nel corso dell’anno successivo.  Il Dipartimento per il lavoro e le pensioni, tuttavia, ha diffuso una stima più prudente, parlando di 50mila rimpatri in caso di no deal. Un controesodo che avrà numerose ripercussioni, non solo sulle vite di questi cittadini, ma anche sui servizi pubblici inglesi, come la sanità, per ragioni che riguardano soprattutto l’anagrafe: il 40% degli espatriati sulla via del ritorno sarebbe composto da pensionati, una fascia di popolazione delicata per il National health service e per la rete di assistenza sociale.

L’Unione Europea ha detto che cercherà di garantire ai cittadini britannici le stesse condizioni di residenza di cui godono ora, con la speranza che anche il Regno Unito faccia lo stesso con i cittadini europei. Al momento però non ci sono garanzie e ciò potrebbe diventare un problema per tutti i cittadini UE che vivono nel paese, circa 3 milioni di cui 700mila cittadini italiani. Il 6 dicembre il governo britannico ha pubblicato un documento in cui spiega che anche in assenza di un accordo si adopererà per tutelare i diritti di tutti i cittadini europei che già risiedono nel Regno Unito.

 

La fuga delle aziende apre la caccia ai kit di emergenza

L’esodo previsto non è solo quello dei cittadini, ma anche quello delle aziende che, a dire la verità, è già iniziato. Sono numerosi infatti i colossi industriali che hanno annunciato di voler lasciare il Regno Unito. Sony, Panasonic, Airbus sono solo alcuni esempi. Lo spettro di una Brexit senza accordo fa sempre più paura, anche ai più grandi. Perfino British Airways ha accantonato i soliti contratti di assunzione di 3 anni per piloti e staff preferendo contratti di un anno preoccupata dall’incertezza data dalla Brexit.

Tra i progetti del governo di Londra c’è quello di tagliare in maniera consistente le tasse alle aziende, per continuare ad attrarre investimenti stranieri anche dopo l’uscita dalla UE. Ma la paura di una limitazione al movimento di merci e di persone sembra essere più forte.

A farne le spese, in un modo o nell’altro, saranno i cittadini britannici. Un allarme che si è diffuso in questo senso riguarda il settore sanitario: il numero uno del servizio sanitario nazionale inglese, Simon Stevens, ha dichiarato al Guardian di volersi assicurare che i fornitori di dispositivi medici e altri prodotti utilizzati dal servizio sanitario abbiano riserve aggiuntive: il pericolo è che la fuga di aziende produttrici all’estero impediscano la ordinaria e rapida fornitura delle attrezzature di emergenza. Lo stesso vale per le aziende manifatturiere che, spinte dalla paura di una carenza di beni, stanno facendo scorta ad un tasso che non si vedeva da 30 anni, quando ancora c’era la Guerra Fredda.

Ma c’è anche chi ha cercato di trarre vantaggio da questa nebulosa incertezza, come i produttori della Brexit Box, o Scatola Brexit: una sorta di kit d’emergenza alimentare. Costa circa 300 euro e contiene 60 pasti liofilizzati come quelli utilizzati dagli astronauti nello spazio.

A tutto questo però corrisponde un rovescio della medaglia: se è ver che alcuni paesi europei beneficeranno dell’installazione entro i propri confini di grandi multinazionali che hanno deciso di lasciare il Regno Unito, è anche vero che un netto taglio delle relazioni tra l’UE e il paese uscente metterebbe a rischio gli affari di tutte quelle aziende che esportano sull’isola britannica. Prendiamo l’Italia. Ammontano a oltre 23 miliardi di euro le esportazioni di beni delle imprese italiane verso il Regno Unito, somma che potrebbe essere messa a rischio da una Brexit no deal.

Rimane una questione fondamentale a cui l’accordo di ritiro non dà risposta: che forma avranno le relazioni future tra Regno Unito e Unione europea nel campo economico commerciale, in tema di trasporti, sicurezza? E soprattutto che cosa prenderà il posto del mercato unico? L’Unione europea ha stabilito delle linee guida a riguardo che si fondano sul principio invalicabile che un paese terzo non può avere gli stessi diritti e benefici di uno Stato membro dell’Unione europea e si declinano nella tutela dell’integrità e del corretto funzionamento del mercato interno, dell’unione doganale e delle quattro libertà, chiudendo la porta a un approccio settore per settore (cherry-picking). Elementi essenziali delle linee guida sono altresì la salvaguardia dell’autonomia del processo decisionale dell’UE e dell’ordinamento giuridico dell’UE e il ruolo della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE). Particolare enfasi è stata altresì attribuita alla necessità di garantire la parità di condizioni, in particolare in relazione alla costante adesione del Regno Unito alle norme stabilite dagli obblighi internazionali e alla legislazione e alle politiche dell’Unione in materia di concorrenza leale su aiuti di Stato, i diritti sociali e dei lavoratori e in particolare livelli equivalenti di protezione sociale e misure di salvaguardia contro il dumping sociale, l’ambiente, i cambiamenti climatici, la protezione dei consumatori, ed altri. Sui vari aspetti la dichiarazione politica allegata all’accordo di recesso definisce una relazione molto ambiziosa, ma che naturalmente non è e non può equivalere all’adesione all’Unione europea. L’UE ha costruito la sua unità intorno a questi principi negoziali e alla comune intenzione di salvaguardare i propri interessi senza voler infliggere punizioni a chi decide di partire. Ha quindi insistito sul fatto che un accordo di libero scambio deve rispettare non solo i principi menzionati sopra, ma anche un giusto equilibrio di diritti e doveri, parità di condizioni, salvaguardia degli accordi dell’UE con paesi terzi e organizzazioni internazionali, e la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’UE. In altre parole, il futuro accordo con il Regno Unito non dovrà in nessun modo mettere a repentaglio la stabilità politica ed economica dell’Unione europea.

Caos Brexit: un monito europeista per tutti i sovranisti

Il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è un evento di portata storica e indipendentemente dalle forme, ancora non definite, che questo processo avrà, esso è destinato a influenzare profondamente il futuro dell’Unione europea e i caratteri del processo di integrazione europea. Il lungo e complesso negoziato e l’impasse politica che si è determinata nel Parlamento britannico hanno messo in evidenza la profondità dei legami giuridici, amministrativi, economici e sociali che più di quarant’anni di partecipazione del Regno Unito al processo di integrazione hanno determinato, e quanto sia difficile reciderli.

Se in questa situazione di incertezza il Regno Unito dimostra di non riuscire a muoversi in maniera chiara in nessuna direzione, l’Unione europea al contrario, sorprendendo molti osservatori scettici, ne sta uscendo con un’immagine vincente.

All’indomani del referendum del 2016 in molti hanno ipotizzato che la Brexit potesse rappresentare il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere una dopo l’altra l’adesione di molti altri Stati membri, semplicemente perché con il suo leave aveva dimostrato che l’Unione europea non rappresentava più una scelta irreversibile. Il tempo ha smentito in fretta tutto ciò.

Sono passati quasi tre anni e il Regno Unito non ha fatto che scoprire le sue fragilità. Molti si sono pentiti di quel voto, altri continuano a chiedere a gran voce una nuova consultazione. Tutti sono preoccupati per le conseguenze nascoste che la loro scelta potrebbe provocare.

Quella sicurezza e autonomia paventata dagli inglesi oggi non c’è più. Sono scappati da un’Europa che temevano li trascinasse a fondo senza rendersi conto di non essere più quell’impero coloniale dove non tramonta mai il sole, ma di essere semplicemente uno dei tanti ingranaggi di un mondo interconnesso e globalizzato dove ormai nessuno può sopravvivere da solo.

Quella mattina che ha seguito il referendum, l’Unione europea si è rimboccata le maniche. Non solo ha imposto le sue condizioni nei negoziati, ma si è anche schierata a fianco del suo stato membro che più rischia di subire le conseguenze di questo distacco: l’Irlanda. Nodo chiave dei negoziati è infatti il backstop che possiamo immaginare come un’assicurazione che permetterà di avere un confine non rigido tra l’Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) e la Repubblica dell’Irlanda una volta che sarà formalizzata la separazione del Regno Unito dal resto dell’Unione Europea. Un problema spinoso, che fino ad ora ha impedito la finalizzazione dell’accordo UE-Regno Unito ed è relativo all’impatto della Brexit sul confine irlandese e sull’Accordo del Venerdì Santo, firmato a Belfast nel 1998. Tale accordo ha posto fine a 30 anni di violenze e ha dato inizio al processo di pace in Irlanda del Nord, parte integrante del Regno Unito. Storicamente l’UE ha svolto un ruolo importante nel sostenere questo processo di pace e ancora oggi il bilancio dell’Unione continua, attraverso il programma Peace, a finanziarlo. Trovare una soluzione che conciliasse l’esigenza di non lasciare “aperta” una frontiera esterna dell’Unione e al contempo evitasse di invertire il lungo e certosino processo per rendere invisibile quella stessa frontiera ha richiesto immaginazione e creatività.  La soluzione ad hoc contenuta nell’accordo di ritiro affronta due questioni che sono fondamentali per evitare i controlli alle frontiere: quella dell’allineamento con la normativa dell’Unione in materia di merci, norme veterinarie e fitosanitarie, e quella del mantenimento dell’Irlanda del Nord nell’ambito del codice doganale dell’Unione.  Da notare che la soluzione irlandese, ovvero il backstop, dovrebbe essere utilizzata solo nel caso di una mancata intesa commerciale futura tra l’Unione europea e il Regno Unito. Paradossalmente, questa clausola di garanzia (non voluta dall’UE, seppur necessaria per garantire la pace sull’Isola dell’Irlanda e proteggere l’integrità del mercato unico) che Theresa May ha concordato con l’UE e che è scaturita dalla decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea, blocca la ratifica ufficiale dell’accordo a Westminster.

Per scongiurare un divorzio duro o quantomeno mitigarne gli effetti, serve costruire delle future relazioni così strette, che l’autonomia del Regno Unito ne uscirebbe sostanzialmente ridotta. Ciò, a sua volta, può porre il tema sostanziale della riduzione della sovranità britannica effettiva rispetto a oggi, quando il Regno Unito, come membro dell’Unione europea, è rule maker. Si pensi, ad esempio, alla possibilità di mantenere un’unione doganale estesa all’intero territorio britannico e al conseguente allineamento normativo al mercato unico, che noi riteniamo essere la soluzione migliore per garantire continuità: è chiaro che in questo caso il margine di manovra del Regno Unito sarebbe fortemente circoscritto, poiché dovrebbe garantire il rispetto di norme europee preesistenti e agirebbe di fatto come rule taker.

L’uscita dall’Unione europea appare quindi tutt’altro che una liberazione, ma piuttosto una autodistruzione caotica. Da quello che doveva essere il primo calcinaccio caduto dell’edificio europeo è emerso uno dei messaggi più europeisti di sempre: se lasciate l’Unione passerete per questo caos. E così anche molti politici euroscettici che basavano la propria dialettica su messaggi contro l’Europa o contro l’Euro hanno dovuto provvedere a raddrizzare la rotta, concludendo che fosse più conveniente puntare a conquistare le istituzioni europee per modificarle dall’interno piuttosto che abbandonarle e trovarsi soli in mare aperto.

A riprova di tutto ciò c’è l’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, che misura l’atteggiamento del pubblico nei confronti dell’UE in tutti gli Stati membri: un numero sempre maggiore di cittadini ritiene che l’appartenenza all’Unione europea del proprio Paese sia una buona cosa (62%), il dato più alto registrato negli ultimi 25 anni. Il 68% ritiene inoltre che il loro Paese abbia beneficiato dell’appartenenza all’UE, la cifra più alta dal 1983.

Vi è poi un ultimo aspetto di non secondaria importanza sul quale è bene soffermarsi: l’uscita del Regno Unito avrà inevitabilmente un impatto sul processo di integrazione dell’Unione europea. Ora, abbiamo sempre affermato che la Brexit è un errore storico e che saremmo pronti ad accogliere di nuovo il Regno Unito, qualora questo cambiasse idea. Tuttavia, si può a ragione affermare che la Brexit rappresenta anche un’opportunità per accelerare nel percorso di integrazione. Invero, il Regno Unito ha tradizionalmente frenato su alcune riforme. Si pensi, ad esempio, agli opting out dall’accordo di Schengen, dallo spazio di difesa e sicurezza comune, dalla Carta dei diritti fondamentali o, ancora, dalla cooperazione rafforzata. Certo, il Regno Unito non è stato il primo, né sarà l’ultimo Paese a rallentare talune riforme. Vedremo, pertanto, se vi sarà la capacità (e la volontà…), specie da parte del Consiglio europeo, di fare progressi effettivi su questi temi.

Infine, e allo stesso modo, la Brexit comporterà anche un significativo cambiamento nel rapporto tra Paesi appartenenti alla zona euro e quelli che ne sono fuori, alterandone gli equilibri. Con la dipartita del Regno Unito, infatti, Svezia e Danimarca saranno i soli due Stati membri permanenti a rimanere nella zona non-euro. Questo potrebbe rappresentare un’occasione per sviluppare l’Unione Economica e Monetaria (EMU) dell’Europa, al fine di rafforzarne finalmente l’unità, l’efficienza e la responsabilità democratica entro il 2025.

 

La ribellione degli esclusi

Il fatto che gli elettori britannici si possano essere pentiti del loro voto, non significa che i motivi che hanno spinto a votare backstop siano scomparsi.

Alla base dell’inaspettato risultato di questo referendum c’è certamente una campagna di informazione fuorviante, animata soprattutto da alcuni politici che, come purtroppo spesso accade, hanno puntato il dito contro l’Unione europea per indicare il colpevole del malessere dato dalla cattiva gestione degli effetti della globalizzazione e di tutti i fenomeni che questa ha portato con sé.

La Brexit ha rappresentato nei sogni di molti un’aspirazione a una vera e propria uscita, non solo dall’Unione europea, ma dalla situazione di precarietà, povertà e scarse prospettive con cui molti cittadini britannici da anni si trovano a fare i conti, ma anche dalla sensazione presente in una parte rilevante dell’elettorato inglese secondo cui l’Europa abbia in realtà un passaporto tedesco. Nel Regno Unito persiste una tradizionale frattura tra nord e sud, che non ha fatto che aggravarsi dopo la crisi finanziaria del 2008, un periodo segnato dalla de-industrializzazione, dal disimpegno dello stato e dalla fuga dei giovani. Questa netta divisione ha creato un’opportunità politica che ha trovato nutrimento nel risentimento verso la metropoli londinese, adattatasi meglio alla globalizzazione finanziaria. Da qui una cartina tornasole di come il risultato del referendum del 2016 fosse geograficamente spaccato. Gli esclusi dalla prosperità londinese hanno votato contro le élite della capitale appena ne hanno avuto l’occasione.

Così non si può andare avanti – pensarono molti elettori recandosi ai seggi – in un verso o nell’altro serve un cambiamento. E il cambiamento è apparso sotto le forme di una succosa mela rossa soprannominata Brexit. Peccato che nascondesse ben altro.

Leave è diventato sinonimo di protesta verso lo status quo, una richiesta di rinnovamento. Nessuno negli anni precedenti al referendum ha saputo accogliere l’urlo di disperazione dei tanti cittadini britannici soffocati dagli effetti di una globalizzazione incontrollata. Nessuno ha saputo offrire risposte o soluzioni a quel malessere che serpeggiava nella società. Così la società si è preso la prima occasione per manifestare il proprio sdegno.

La Brexit è stata la risposta sbagliata a una giusta necessità, quella di ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali. Difficilmente l’uscita dall’Unione europea risolverà le difficoltà dei cittadini britannici. Anzi. Sicuramente resta da vedere come finirà e a cosa porterà la Brexit.

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