Il caos migrazioni va affrontato nei Paesi d’origine

I leader del mondo riuniti a New York hanno fra le mani una questione esplosiva: quella delle migrazioni di massa.

Un tema che Europa e Italia hanno vissuto sulla propria pelle, ma che sarebbe sbagliato circoscrivere soltanto al Mediterraneo: questi fenomeni hanno ormai portata globale e vengono mossi non solo da guerre e violenze diffuse, ma anche da fattori economici e climatici.

La sfida, dunque, è enorme: mettere da parte le esigenze dei singoli Stati e tentare di fornire una risposta globale.

In questo l’Europa può giocare un ruolo importante. Con tutti i limiti dell’azione messa in capo dall’UE, non si può negare che l’approccio europeo abbia almeno tentato di salvare il maggior numero possibile di vite umane.

I recuperi in mare, per esempio, hanno evitato di rendere ancora più pesante il pedaggio di vite della traversata mediterranea. Un prezzo divenuto insostenibile mano a mano che i trafficanti di esseri umani abbassavano gli standard delle imbarcazioni utilizzate.

Ma il problema non è soltanto la gestione degli arrivi e delle situazioni di emergenza. Il summit potrà ritenere di aver svolto il proprio compito se saprà attivare meccanismi capaci di affrontare il fenomeno nel suo complesso.

Per questo, può essere utile iniziare con disegnare due tipologie di risposte per i profughi e per i migranti di altro tipo.

I primi continueranno a necessitare misure di prima accoglienza, mentre per i secondi vanno immaginati provvedimenti a lungo termine che vadano a incidere anche sulla situazione economica e sociale dei Paesi di origine.

Lo ha detto bene anche il Presidente della Croce Rossa Italiana Francesco Rocca: i muri e le politiche restrittive hanno dimostrato la propria inadeguatezza, ciò che occorre è aggredire le cause che conducono alla scelta migratoria.

Azione diplomatica per porre termine ai conflitti e cooperazione allo sviluppo per consentire la crescita economica dei paesi più poveri: sono questi gli strumenti da mettere in campo per contrastare le migrazioni di massa.

Durante il vertice si parlerà probabilmente anche di assunzioni di responsabilità globale nell’affrontare il fenomeno. Non va mai dimenticato, a questo proposito, che i Paesi più impegnati su questo fronte non fanno necessariamente parte dell’élite mondiale. Pochi giorni fa il Kenia ha deciso di chiudere Dadaab, il campo profughi più grande del mondo, che è giunto a ospitare 650 000 persone in fuga dalle violenze del Corno d’Africa.

Il piccolo Libano accoglie 1,2 milioni di migranti, la Turchia si sta avvicinando ai due milioni.

Insomma, è finito il tempo di nascondere la testa sotto la sabbia.

Il summit di New York rappresenta una importante novità. Si tratta di una grande opportunità per affrontare una sfida che, oltre agli aspetti umanitari, sta avendo forti ripercussioni politiche.

Fornire una risposta globale è necessario non solo per tutelare un maggior numero di vite umane, ma anche per togliere carburante ai pericolosi focolai d’odio e paura che le migrazioni di massa hanno risvegliato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *