Al Parlamento europeo il dottore che “ripara” le donne


Denis Mukwege è un medico chirurgo ginecologo della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Si dedica alla cura di donne e ragazze congolesi vittime di stupri altre violenze. Per la sua incrollabile attività, nel 2014 gli è stato conferito il Premio Sakharov dal Parlamento europeo e quest’anno gli è stato assegnato il Premio Nobel per la pace.

Ho avuto il piacere di accogliere Denis Mukwege al Parlamento europeo il 29 novembre e di ascoltare le sue parole in una pausa del suo viaggio verso Oslo, dove era diretto per ritirare il premio Nobel.

Figlio di un pastore religioso, il dottor Mukwege è nato a Bukavu nel 1955 nell’estremo est dell’allora Congo belga, una regione tuttora poverissima. Dopo essersi laureato in medicina, Mukwege riceve una borsa di studio che gli permette di specializzarsi in ginecologia in Francia.  Voltando le spalle a una carriera ben pagata in Europa, Mukwege torna in Congo nel 1989, dove diventa direttore di un ospedale.

Nel 1996 comincia la terribile Prima guerra del Congo, che segna la fine del regime del maresciallo Mobutu. Durante questo conflitto, l’ospedale diretto da Mukwege viene distrutto, pazienti e infermieri uccisi. Mukwege fugge in Kenya, per poi ritornare nella sua città natale di Bukavu nel 1999. Qui rifonda l’ospedale di Panzi (l’originale è stato distrutto durante la Seconda guerra del Congo): lì osserva che tanti dei ricoverati sono donne e ragazze vittime di infibulazioni e violenze sessuali.

Tuttora, l’est della RDC è luogo di un conflitto legato alle risorse minerarie, nel quale i combattenti usano gli stupri e le violenze come arma di guerra. Colpito da queste storie scioccanti, Mukwege diventa presto noto come “l’uomo che ripara le donne”. La cura del dottore è totale: aiuta le sue pazienti non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Mukwege diventa un esperto nel trattamento dei danni patologici e psico-sociali provocati dalla violenza sessuale. Le vittime più giovani sono aiutate a reintegrarsi a scuola e nelle loro comunità. Offre persino consulenza legale.

Profondamente colpito dalla sofferenza che ha visto delle vittime dell’uso della violenza sessuale in guerra, Mukwege diventa un attivista. Il suo scopo: mettere fine a queste violenze. L’impegno del dottore è ben presto riconosciuto dalla comunità internazionale: nel 2008 riceve il Premio ONU per i diritti umani, nel 2009 diventa cavaliere della Légion d’honneur e nel 2014 vicine il Premio Sakharov. Ora, è stato riconosciuto con il Premio Nobel per la pace.

Mukwege, nella sua visita al Parlamento, non ci ha raccontato solo la sua attività in campo medico, ma anche la difficile situazione che ogni giorno la sua popolazione si trova a fronteggiare. Per il 23 dicembre sono previste delle elezioni nella Repubblica democratica del Congo, elezioni che si preannunciano una farsa che mira a legittimare i potenti della regione. Un voto che si sarebbe dovuto tenere due anni fa, ma che è stato di continuo rinviato dal presidente in carica, Joseph Kabila, il quale le ha tentate tutte per provare a ricandidarsi per la terza volta, anche se la Costituzione lo vieta, e che alla fine ha individuato un fedelissimo prestanome da gettare nella competizione.

Cresce intanto il rischio di una guerra civile, in un contesto nazionale in cui la situazione umanitaria conta circa 13 milioni di persone in stato di dipendenza, che sopravvivono grazie agli aiuti e 4,5 milioni di sfollati interni. Di recente, a rendere ancor più complesso il quadro, è scoppiata un’altra epidemia di Ebola, considerata la peggiore mai registrata in passato: in soli tre mesi sono stati individuati 341 casi di cui 303 confermati.

La protezione dei civili, tra cui donne e bambini sotto minaccia di violenza sessuale, devono essere la priorità per le autorità di un paese, ma anche per gli attori internazionali che collaborano con questo. La cooperazione internazionale è presente sul territorio della RDC con decine di Ong e con progetti di sviluppo finanziati dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite. La soluzione della crisi umanitaria che da anni attanaglia il paese interessa anche l’Europa, non solo per un senso di giustizia, ma anche per riequilibrare il clima di instabilità delle regioni da cui hanno origine ai flussi migratori.