Direzione del personale - Settembre 2009 (Rivista trimestrale dell’associazione italiana per la direzione del personale).
- Onorevole lei ha spesso parlato di dumping sociale come strumento di conflitto tra Stati in tempo di crisi. A cosa si riferisce?
Mi riferisco ad un problema relativamente semplice da comprendere. L’Europa dei 27 non ha una crescita omogenea. Alcuni Paesi, sopratutto quelli di nuova acquisizione, hanno condizioni strutturali dal punto di vista economico e sociale molto diverse. In una fase di crisi queste differenze si accentuano e i differenti Stati provvedono come meglio possono a fronteggiare la crisi stessa.
E’ del tutto evidente che se l’Europa, nel suo complesso, non é in grado di assumere politiche economiche che facciano crescere omogeneamente tutti i Paesi, quelli che hanno maggiori difficoltà adotteranno risorse anche di dumping sociale per meglio sviluppare una maggiore competitività sui mercati europei.
Questo rischia di produrre problemi enormi tra i diversi mercati del lavoro dei Paesi europei e di minare la tenuta unitaria stessa dell’Unione Europea.
- Che giudizio possiamo dare di questo fenomeno?
Il dumping sociale è una pratica nella quale imprese stabilite in un determinato Paese possono fornire un servizio o un bene a un prezzo inferiore a quello praticato dal fornitore del bene o servizio locale, grazie a norme in materia di lavoro meno restrittive o applicate in maniera non adeguata. La differenza tra i costi della manodopera tra diversi Stati membri gioca, in questo contesto, un ruolo fondamentale, dando vantaggi competitivi a talune imprese piuttosto che ad altre, con conseguenze negative per i diritti dei lavoratori europei.
Il dumping sociale quindi, soprattutto in periodi di crisi e recessione economica, viene a creare una vera e propria “concorrenza tra sistemi di politica sociale” nazionali, che spinge le imprese a dislocare gli investimenti in quei Paesi in cui il costo del lavoro è più basso e le norme sociali meno stringenti.
A livello europeo il dumping sociale pone due scenari tra loro in contrapposizione.Il primo contempla la possibilità di trasferire la regolamentazione della politica sociale a livello comunitario. Norme sociali e diritto del lavoro armonizzati e uniformi in tutta l’Unione europea garantirebbero, in questo caso, l’obiettivo di una maggiore parificazione dei costi del lavoro per le imprese che si trovano ad operare nel contesto europeo, riducendo , se non addirittura eliminando completamente, la minaccia di standard normativi differenti, che distorcono la concorrenza. Si tratta tuttavia di una soluzione che si scontra con le pressioni governative, soprattutto in seno al Consiglio dei Ministri dell’Ue, restio a cedere sovranità in questo settore. Il secondo scenario favorisce, all’opposto, il mantenimento delle competenze in materia sociale a livello di singoli Stati membri, accettando il dumping sociale come male inevitabile.
- Quale ruolo può svolgere il Parlamento Europeo per contrastarlo?
L’Atto unico europeo del 1986 ha introdotto l’articolo 138 che, con l’obiettivo di evitare il dumping sociale, ha permesso di armonizzare le condizioni di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Il Parlamento europeo è stato più volte il promotore di riflessioni sulla protezione dell’Europa sociale, contro gli effetti negativi di pratiche che favoriscono il dumping sociale e che minacciano nel contempo i pilastri del modello sociale europeo e delle relazioni industriali. Penso a tutto il lavoro svolto nel corso delle trattative sulla direttiva Bolkestein, per escludere il csd “principio del Paese di origine”. E, Inoltre, per una maggiore e concreta applicazione della direttiva sul distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi. Oppure penso al rapporto “sulla lotta al lavoro sommerso”, del quale sono stato relatore, nella quale si chiede di attuare il principio della parità dei diritti dei lavoratori come presupposto per contrastare la concorrenza sleale e il dumping sociale. Rimane ancora aperta la questione della revisione della direttiva in materia di Orario di lavoro, per la quale la Commissione europea dovrà ripresentare una proposta concreta.
Il Parlamento europeo è consapevole che non può sottrarsi dall’intervenire, perché è in gioco un equilibrio ancora molto incerto, che le ultime sentenze della Corte di Giustizia (casi Laval e Viking) rischiano di rendere ancora più incerto – tra mercato e solidarietà, tra regole del mercato e sistema di relazioni sindacali, tra libertà economiche e diritti sindacali. La questione è centrale per il futuro dell’Europa sociale. Fino a poco tempo fa il terreno del dumping sociale correva lungo linee univoche. Attualmente, anche a seguito del grande allargamento a est dell’Europa realizzato a partire dal 2004, è oggetto di diversa valutazione tra vecchi e nuovi Paesi dell’Unione. E’ aumentato lo spazio comune e si sono accentuate le diversità di sistemi produttivi così come di sistemi giuridici, di condizioni economiche e sociali delle persone. La stessa libertà di circolazione – di persone, merci, capitali e servizi – nel territorio dell’Unione dispone di regole variabili e spesso sovrapposte a quelle nazionali e non di regole europee uniformi.
- Gli effetti si sentono solo in termini di condizione e trattamento retributivo dei lavoratori o anche nel modo di essere del sindacato?
Gli effetti certamente sono variabili sotto il profilo retributivo, giacché la “gara” é quella dell’abbattimento dei costi e quello da lavoro ha la parte preponderante.
Ma é indubbio che questo processo influisca sulle stesse politiche sindacali.
I sindacati dei Paesi che praticano dumping sociale in qualche modo difendono la pratica perché questa salvaguardia comunque lavoro e retribuzione.
I sindacati dei Paesi economicamente più forti vedono in tale pratica il pericolo di una generale destrutturazione delle relazioni e la perdita di conquiste realizzate.
Da qui l’esigenza di una politica europea che faccia crescere i Paesi in difficoltà per evitare l’estensione del fenomeno di dumping sociale. Non é un passaggio semplice, ma francamente non vedo altre alternative.
- Dal suo osservatorio privilegiato é in grado di darci un’idea di come si é mosso “il sindacato” in Europa di fronte a questo fenomeno?
Il sindacato europeo sta riflettendo su una strategia comune e coordinata , finalizzata a impedire che si creino conflitti tra la contrattazione collettiva nelle situazioni transfrontaliere, ipotizzando misure specifiche, come ad esempio linee guida, per tener conto degli effetti extraterritoriali. Nelle elaborazioni della Confederazione Europea dei Sindacati vi è la richiesta di introdurre una ‘clausola di progresso sociale’, come protocollo aggiuntivo o dichiarazione solenne, al fine di chiarire che i Trattati devono essere interpretati in modo da rispettare i diritti fondamentali. La CES auspica di introdurre una clausola di portata generale, utilizzando il riferimento al nuovo Trattato di Lisbona in cui si parla di un’economia sociale di mercato altamente competitiva, che tende al pieno impiego e al progresso sociale.
- Che evoluzione vede all’orizzonte nelle relazioni sindacali a livello europeo?
Difficile dirlo; credo vi sia un’adeguata consapevolezza che così le cose non vanno benissimo.
Se non si costruisce un livello adeguato di relazioni sindacali a livello europeo é difficile governare i processi che stanno investendo il vecchio continente.
Per fare ciò, bisogna saperlo, serve più coraggio cedendo pezzi di sovranità da parte delle organizzazioni sindacali e datoriali dal singolo stato all’Europa.
E’ la sfida futura. Spero che i diversi soggetti siano in grado di raccoglierla.

